RENATO NICOLINI

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Una Biennale firmata “Sejima”

sejima_biennale_420x270Che l’architettura fosse “la più noiosa delle arti” lo affermava nel Settecento un suo teorico come Francesco Milizia. A trasformarla in spettacolo (sull’onda delle fortune mediatiche del decostruzionismo, dal Guggenheim Bilbao di Frank O.Gehry) era riuscita la Biennale di Massimiliano Fuksas, in cui lungo le pareti dell’Arsenale scorrevano le immagini della grande multi visione delle città del mondo realizzata da Studio Azzurro. Da allora, il sistema dell’architettura si è sempre più caratterizzato come il firmamento delle archistar; e, nelle Biennali d’Architettura, da Sudjic ad Aaron Betsky, i progetti sono stati sostituiti dalle installazioni e dalle performance artistiche. La Biennale che si è appena inaugurata, firmata da Kazuyo Sejima, sembra invitare in un’altra direzione, a giudicare dai saggi che aprono il voluminoso catalogo. Maurizio Lazzarato (Capitalismo e produzione di soggettività) cita Felix Guattari, l’”economia del possibile” – vale a dire l’”economia del desiderio”. “Poiché l’architetto non avrebbe più come obiettivo l’essere artista di forme costruite, ma si proporrebbe di essere anche il rivelatore dei desideri virtuali di spazio, di luoghi, di percorso e di territorio, dovrà (…) diventare un artista e un artigiano del vissuto sensibile e relazionale”. Yuko Hasegawa spiega il titolo della Biennale (People meet in Architecture) in riferimento ad un pensatore un po’ dimenticato dalla società dello spettacolo come Henri Lefebvre, ed alla sua fondamentale Critica della vita quotidiana. “Lo spazio dell’utente è ‘vissuto’, non rappresentato (o concepito). Rispetto allo spazio astratto degli esperti (architetti, urbanisti, pianificatori), lo spazio degli atti quotidiani degli utenti è uno spazio concreto”. Hasegawa ci invita a riflettere sul modo in cui Lefebvre si riferisce al recupero del corpo, “in termini di recupero dello spazio sensoriale – sensuale”, auspicando “il ripristino di uno spazio per il ‘non visivo’ in forma di ‘discorso’ della voce, dell’olfatto e dell’udito”.

Percorrendo gli spazi dell’Arsenale e del Palazzo delle Esposizioni (ex Padiglione Italia) ai Giardini, si ha una duplice impressione. Da un lato possiamo vedere proposte in sintonia con queste premesse teoriche. Kazuyo Sejima ed il suo gruppo SANAA sono effettivamente espressione di una tendenza “non visiva” dell’architettura, fino ad un’ambiguità che rasenta la dissoluzione, confondendo e sospendendo il giudizio dell’osservatore, mantenendo il significato costantemente fluido e mobile. Il grande plastico dell’isola di Inujima, dove Sejima e SANAA sono impegnati in un progetto d’intervento artistico, costruendo padiglioni trasparenti in materiali sperimentali in mezzo alle case spesso abbandonate dei pescatori, con l’intenzione di frenare l’esodo della popolazione e di dare una nuova prospettiva anche economica, è forse l’installazione che più rimane nella memoria dalla visita alla Biennale. Un progetto che non può non entrare in relazione con la vita quotidiana dell’isola, come dimostra il doppio video di Fiona Tan (uno alla scala dell’elicottero, l’altro che invece trova i volti ed i gesti della popolazione e l’ambiente, fino al bruco che percorre lentamente una foglia). Un altro video, di Wim Wenders, (Se gli edifici potessero parlare), percorre lentamente – lungo l’arco della giornata – gli spazi di un altro edificio di SANAA, il Rolex Learning Center dell’Ecole Polytechnique Federale di Losanna, con l’intenzione di dimostrare che “gli edifici, come la gente, sono soggetti al tempo”, e che alcuni edifici sono “particolarmente gentili e amichevoli, fatti per imparare, leggere e comunicare”. La seconda figura che emerge con forza da questa Biennale è quella di Lina Bo Bardi, cui è dedicata una bellissima sala nel Palazzo delle Esposizioni. La progettista del Museo d’Arte Moderna di San Paolo del Brasile, e del centro d’arte SESC Pompeia, morta nel 1992, è presentata come la principale precorritrice del modo di approccio all’architettura di Kazuyo Sejima. Negli anni ’50 e ’60 la Bardi innova rispetto alla tradizione cui si riferirà costantemente, quella del funzionalismo di Le Corbusier, ispirandosi al “popolo brasiliano, che ha libertà di movimento, la libertà di fare a meno delle istituzioni”. Il principio della libertà corregge il formalismo modernista. “Nelle civiltà orientali come quella del Giappone e della Cina – osserva Lina Bo Bardi – si osserva una coesistenza tra una posizione culturale del corpo (il corpo come spirito) e l’atto fisico. Questa coesistenza si ritrova anche in Brasile”. E’ coerente a questo spirito lo Studio Mumbai Architects, che ha trasportato il proprio laboratorio, carico di artigianalità del legno, nell’Arsenale di Venezia. “L’ambiente in cui viviamo è uno spazio che creiamo ed abitiamo in modo inconscio…”

Purtroppo, non tutta la Biennale procede con questa linearità. Si ha l’impressione che, invitati a fare un passo laterale, se non indietro, a riproporsi in quanto architetti come mediatori del senso della possibilità e della trasformazione, la maggior parte degli invitati faccia al contrario un passo avanti nella direzione ormai consueta della performance para artistica. In qualche caso comunque con forza ed efficacia (il Balancing Act di Anton Garcia-Abril & Ensamble Studio che interrompe con una colossale doppia trave incrociata retta ad un estremo da una molla, il percorso dell’Arsenale; o i tubi flessibili che spargono acqua di Olafur Eliasson…). In altri casi con risultati più che discutibili, come nell’ambiziosa istallazione di Transsolar & Tetsuo Kondo Architects, che vorrebbe farci passegiare sopra una nuvola ed invece ci sottopone ad una sauna poco gradita col caldo della fine d’agosto veneziana…

La stessa duplicità caratterizza i padiglioni nazionali, che rispondono ciascuno a proprio modo al tema dell’incontro della gente mediato dall’architettura. Dominique Perrault usa il padiglione francese per forti immagini metropolitane; gli svizzeri riflettono sui ponti alpini; il Baherein (premiato per questo col Leone d’Oro) trasporta due baracche in legno di pescatori. Il padiglione Italia, curato da Luca Molinari, urta in un limite imprevisto, e cioè la voglia di dire tutto, di documentare tutto quanto è accaduto negli ultimi vent’anni, col risultato di apparire pieno come un uovo. E’ una Biennale nella Biennale – non priva di elementi di grande interesse, come la parte dedicata ai “beni sequestrati alla mafia”.

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