sopprimendo l’ETI
Il paradosso della soppressione dell’ETI è nel modo in cui sta avvenendo. Cominciando dalla forma, un semplice comma della manovra Tremonti… In tono minore che più dimesso non si può. La miglior difesa dell’ETI l’ha fatta un privato, un privato particolare come Geppy Gleijeses, che vincendo una gara è subentrato all’ETI nella gestione del Teatro Quirino di Roma. Da Gleijeses lodi al personale che la sua gestione ha ereditato dall’ETI, che “aveva solo bisogno di una motivazione” e che ha finito per portare il Quirino in cima alla classifica dei teatri italiani sotto i mille posti, quanto al rapporto posti disponibili – spettatori presenti. Della soppressione dell’ETI si era parlato molto tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, quando soffiava forte quel vento del decentramento che spinse a dare finalmente attuazione alle Regioni. Nell’Italia delle Regioni aveva ancora senso un Ente Nazionale di distribuzione teatrale? A spingere verso la soppressione dell’ETI erano soprattutto i Comuni (quegli stessi Comuni che poi avrebbero dato vita, sulla scia dell’estate romana, alle tante iniziative estive…). Sarebbe interessante rileggere oggi i documenti di allora! Cosa pensavano di fare Bologna col Duse, Firenze con la Pergola, Roma con il Valle ed il Quirino! L’ETI finì per rimanere in vita, ma perdendo molte delle sue funzioni, per due ragioni particolari. La prima fu la trasformazione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, a partire da Franco Carraro e dall’istituzione del FUS, in qualcosa di molto diverso dal passato – con più di una sfumatura economicista che si sostituiva al semplice riferimento al dettato costituzionale sulla protezione che lo Stato deve assicurare al teatro, con un conseguente meccanismo complesso di ripartizione dei contributi che spazzava via quello dell’autogoverno delle categorie associate nell’AGIS che il Ministero fino ad allora si era limitato a ratificare… La seconda fu la crescita di potere, favorita da quello stesso Ministero, delle associazioni di distribuzione. In Abruzzo l’ATAM (per limitarmi a questo esempio), finì rapidamente per contare molto di più dello Stabile dell’Aquila, che uno sponsor come Federici aveva portato ai vertici… Questo fenomeno, per dir la verità, è stato perfettamente bipartisan, come se la sinistra avesse improvvisamente dimenticato (per limitarmi ad un altro esempio) le forti polemiche di Luca Ronconi contro il teatro obbligato a girare da una piazza all’altra (culminate nell’allestimento di Ignorabimus a Prato, con la costruzione di un muro in mattoni che non poteva essere trasportato) a favore del teatro di produzione. Negli anni di Veltroni Ministro dello Spettacolo, le associazioni di distribuzione conquistano la gran parte del finanziamenti pubblici, all’insegna di slogan ipocriti come la “formazione del pubblico”… L’ETI di quegli anni, per merito soprattutto del suo attuale direttore, Ninni Cutaia (sul cui capo non possono certo ricadere le troppe poltrone del Presidente Ferrazza…), modifica i suoi obbiettivi, costruendo una relazione con analoghe istituzioni europee, nella direzione di una sorta di “vetrina del teatro italiano” di cui favorire la circolazione europea. Contemporaneamente, l’ETI si era autonomamente alleggerito dai compiti, divenuti impropri, di distribuzione teatrale. Il passaggio del Duse al Comune di Bologna e della Pergola al Comune di Firenze era già prevista; ed all’ETI sarebbe rimasto il solo Valle, per la funzione di città “capitale” di Roma. Il personale dell’ETI si era conquistato apprezzamento in tutto il teatro italiano (ed europeo) per le sue competenze tecniche. Sopprimere oggi l’ETI è una manovra che danneggia la costruzione di un’immagine europea del nostro teatro, in un momento molto delicato, in cui si stanno costruendo nuovi rapporti di scambio e nuove graduatorie del prestigio… A che scopo? Non sarebbe meglio, se si deve tagliare qualcosa, tagliare il Ministero, dove manager rampanti come Nastase e Blandini non hanno dato né prova di capacità né di autorevolezza né tanto meno di competenza tecnica (figure autoreferenziali, un po’ sul modello di Bertolaso, i cui risultati sono tutti “politici” e dunque controvertibili)? E sostituirlo (per spendere con intelligenza e non stupidità burocratica l’ormai magrissimo FUS) con un’Agenzia – analogamente a quanto avviene in Francia e in altri paesi europei – utilizzando il personale, l’esperienza, l’autorevolezza dell’ETI?