Rutelli il Rastignac italiano?

Mi colpisce che Rutelli abbia deciso di esprimere un voto favorevole alla riforma della Gelmini (“un buon testo”). In che senso, “buono”? Qualche indizio può venire da un’uscita a mezza bocca di Bersani: “c’è molto del PD nella riforma Gelmini”; o dal fascino sull’Assemblea dei Mille del PD dello “choc generazionale! I docenti in pensione a 65 anni!”. Dopo i “cattivi maestri”, mandiamo in pensione anche i loro pessimi allievi, la colpa è del ’68… La simpatia per la Gelmini nasce da un giudizio negativo sull’Università italiana piuttosto bipartisan (il demenziale esordio di Fabio Mussi ministro, “l’università è un discreto bordello”…), ed è coerente allo spirito di ritirata sulle posizioni dell’avversario che anima la “sinistra” italiana. Poiché l’Università non funziona, sfasciamola definitivamente. Dalle sue ceneri nasceranno i “centri d’eccellenza”, con un meccanismo analogo a quello della cricca edilizia, centri “privati” un po’ alla Putin, con un occhio di riguardo ai poteri, politici, ideologici, economici, ministeriali… Lo hanno insegnato il resto della scuola e la sanità, le disgrazie pubbliche sono la fortuna delle imprese private.
Si fosse lavorato a una riforma, si sarebbe dovuto partire dai dati. Che ci dicono due cose: in Italia si spende per l’Università molto meno della media CEE ed OCSE; e l’Italia è nelle ultime posizioni per percentuale di laureati. Aggiungo che questo deficit di istruzione superiore e di ricerca è la causa principale del declino italiano. Il miracolo di spendere di meno e avere più e migliori laureati? Per farlo bisognerebbe spendere meglio eliminando gli sprechi. Ma dov’è lo spreco? Per le retribuzioni del corpo docente? Mentre i parlamentari italiani sono i più pagati d’Europa, i professori universitari sono tra i meno pagati. Hanno perso l’aggancio con la cosiddetta “alta dirigenza” proprio mentre si diffondeva, nel settore “pubblico”, la pratica dei contratti privati per l’alta burocrazia. Spreca perché non esige, dagli studenti, tasse adeguate ai valori di mercato? Questo limiterebbe il diritto dei cittadini meno abbienti, anche se (Pomigliano insegna…) la difesa dei diritti non è apprezzata come l’arte di navigare le correnti dell’opinione pubblica. Dopo il ’68, il Generale De Gaulle ha costruito a Parigi dieci nuove università. In Italia, partiti dai campus di riequilibrio territoriale (l’Università della Calabria di Gregotti e Purini), siamo rapidamente approdati ad una proliferazione incontrollata e caotica di sedi deboli. Il PD è fissato con l’Agenzia Nazionale di Valutazione. Chi sceglierà i suoi membri? Il Parlamento? E con quale competenza? E’ chiaro che il problema non è la “valutazione”, ma l’autogoverno democratico della comunità scientifica. Che la Gelmini relega tra le favole della Prima Repubblica, allargando i poteri dei Rettori, sottraendo poteri al corpo docente imponendo una presenza obbligatoria di forze imprenditoriali nel Senato Accademico; con una produzione culturale delle Università italiane ancora più incapace di guardare oltre il contingente (che è ciò che costituisce la qualità della ricerca e del progetto). Infine, i giovani. Il modo di favorire il loro ingresso nell’Università è stato bloccare i concorsi come lotta ai favoritismi; concludendo con la rottamazione del ruolo dei ricercatori. Che, all’età di 40, 50 anni, si troverebbero espulsi dalle università per far posto ad un nuovo precariato ricercatori a tempo determinato con sei anni di tempo per entrare in ruolo… Che clima di ricerca solidale si genererebbe! Caro Rutelli, se aspiri ad essere il Rastignac italiano, rileggi Papà Goriot! Anche il prototipo balzacchiano del politico cinico, era capace di indignarsi. E’ questo il sentimento che dovresti provare.