RENATO NICOLINI

il blog ufficiale di Renato Nicolini

Progettare per insegnare

Architettol paradosso dell’insegnamento dell’architettura nelle Facoltà italiane consiste nella (crescente) mancanza di esperienza progettuale dei professori. Paradossale esito di una battaglia democratica degli Anni Sessanta per l’incompatibilità tra professione e insegnamento, che aveva come motivazione principale lo scandalo delle Facoltà di Medicina. A distanza di anni, il potere incontrollato dei professori primari non è diminuito, al contrario. Mentre nella progettazione architettonica (e più in generale del territorio) si è affermato il potere anonimo (e la conseguente dissoluzione dell’originalità progettuale nel conformismo alla moda) delle Società d’Ingegneria… Proprio la più popolare archistar italiana, Renzo Piano, ne è la dimostrazione: Renzo Piano professionalmente è la Renzo Piano Workshop Building. Tutto il territorio italiano sembra sempre più sottratto alla vigilanza critica che solo la pluralità delle voci e delle tendenze progettuali può assicurare. La “ricostruzione” dell’Aquila frazionata in 15 quartierini, come se la città potesse fare a meno di centri, la filosofia del “piano casa” dove l’abitazione (“poeticamente abita l’uomo” dicevano Rilke e poi Heidegger) è ridotta alla sola residenza sono gravi motivi di allarme. La scomparsa dai progettisti che effettivamente operano della tensione critica, dello sforzo di congruenza teorica che dovrebbe essere consustanziale al professore di architettura, è drammaticamente coerente al processo di dissoluzione nel degrado del territorio, dalla grande alla piccola scala, che si è purtroppo affermato in Italia (unico grande paese industrializzato a percorrere la strada della deregulation totale, particolarmente rovinosa per la ricchezza italiana di paesaggio e storia) dopo la sconfitta delle leggi di riforma urbanistica presentate prima dal ministro Sullo e poi dal ministro Pieraccini all’inizio degli Anni Sessanta. Gli Ordini degli Architetti – per troppo tempo in Italia trasformatisi in arcigni custodi che i professori di architettura non esorbitassero dai limiti del tempo pieno – dovrebbero seriamente riflettere sul fatto che non si è affermato un pluralismo di tendenze professionali sottratte al potere accademico, ma l’anonimato dei grandi gruppi, governati da logiche di profitto piuttosto che tecniche. E cambiare rotta, perseguendo assieme alle Facoltà di Architettura il fine comune di una liberazione dell’architettura (e del progetto del territorio) italiana dai monopoli, e dai luoghi comuni che il monopolio, cioè la licenza di pensiero unico, porta con sé. Le Facoltà di Architettura sono del resto abbastanza recenti, la loro fondazione risale appena agli Anni Venti del Novecento, e l’unico vero movimento di riforma che le ha interessate è rimasto quello delle occupazioni degli Anni Sessanta (qualcosa di molto diverso dal ’68, che ha finito per oscurarlo…). E’ strano dunque seguitare a riferire la formazione dell’architetto alla professione così come si era configurata dagli Anni Venti agli Anni Sessanta, come fossimo ancora al tempo del boom economico e delle palazzine a Vigna Clara, quando la laurea coincideva con le chiavi della spider… Tutto è mutato nel frattempo, e non si può continuare a concepirla sostanzialmente come qualcosa di analogo alle modalità (tutte con le radici nell’Ottocento) delle professioni ”liberali” dell’avvocato, del medico, del notaio.. Nei paesi dal maggiore sviluppo economico si può dire che la formazione delle figure professionali avviene assieme e conseguentemente alle scelte innovative per la crescita, non ci può essere una veste rigida a contenerle. A ben vedere, questo era del resto il principio comune delle grandi scuole degli Anni Venti da cui è nato il Movimento Moderno, dal Bauhaus di Gropius allo Vchutemas, dove si ridiscutevano continuamente – negando così l’astratta coerenza del sistema accademico – le relazioni tra le arti, tra le arti e le città, tra l’invenzione formale e la tecnica. Se questo non è più possibile nella forma di un movimento comune – come furono i CIAM – è sicuramente possibile, se non a livello europeo, almeno nella dimensione nazionale. Questo richiede la nascita di un vero movimento per la riforma. L’ultima manifestazione ne è stata la “tendenza”, nata a Venezia nella Facoltà di Samonà ad opera di Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Gianugo Polesello, Luciano Semerani,Nino Dardi – che era diventata un punto di riferimento europeo. Non soltanto teorico, ma capace di influire in modo determinante su scelte fondamentali di intervento urbano, come la trasformazione di Barcelona dopo la caduta del franchismo. Oriol Bohigas e gli altri architetti di Barcelona hanno sempre riconosciuto il loro debito teorico, nel definire il modello di intervento sul centro della città, di un libro come “L’architettura della città” di Aldo Rossi. Qualcosa di analogo allo scambio avvenuto negli anni Venti a Francoforte, tra l’esperienza di Ernst May e dei suoi collaboratori e le affermazioni teoriche dei CIAM sull’existenzminimum e la lottizzazione razionale, testimoniato dalla rivista “Da Neue Frankfurt”. E’ solo dall’audacia teorica dell’innovazione, dalla capacità di individuare nuove chiavi feconde come è stato il nesso tra morfologia e tipologia che possono nascere interventi realmente innovativi, che hanno nel loro fondo un carattere di “intervento pubblico”, rivolto al “bene comune”. Questo distingue Barcelona dalla miseria delle “enclaves” residenziali puramente formalistiche, che non riescono a distaccarsi da una dimensione privata. Ma come farlo se si è arrivati al paradosso di pensare di delegare la formazione del progettista esclusivamente al tirocinio post laurea in studi professionali post laurea? Perché non dovrebbe essere possibile per le Facoltà di Architettura partecipare a concorsi, assicurarsi committenze, sperimentare in questo modo “intra moenia” il tirocino professionale dei loro laureati?

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