RENATO NICOLINI

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Pelle di vetro. Il libro dell’antiarchitettura.

9788876981807

Essere stato incaricato di motivare le ragioni del Premio Feronia a Maurizio Cecchetti mi fa particolarmente piacere per due ragioni: sono architetto (e professore d’architettura), ed il mio nome è – da più di trent’anni – associato all’effimero. E Cecchetti non risparmia la polemica né nei confronti dell’architettura, né dell’effimero. E’ come con il colesterolo: bisogna distinguere il colesterolo buono da quello cattivo, l’architettura e l’effimero cattivo da quelli (sempre che esistano ancora) buoni…

Il pregio maggiore di Pelle di Vetro va – naturalmente – oltre l’architettura. E’ una qualità di stile. Ad un certo punto mi è sembrato di individuarne il modello (non dichiarato, celato tra frequenti citazioni di Adolf Loos e più rade citazioni di Elias Canetti). La fiaccola di Karl Kraus! La stessa indignazione morale nei confronti della decadenza culturale, sociale e morale, che ha contrassegnato la finis Austriae. Tanto da suggerire una certa relazione tra il nostro e quel tempo storico, tra i primi albori (l’esposizione di una famiglia di aborigeni australiani allo Zoo di Vienna, raccontata da Peter Altenberg) e la globalizzazione matura…

Pelle di Vetro non è – come più volte precisa Cecchetti – una variazione sul tema ricorrente (che risale almeno al famoso libro di Tom Wolfe del 1981, Maledetti architetti!), della deprecazione dell’architettura e dell’architetto moderno. Genere così diffuso da diventare l’argomento di una storia a fumetti di Pippo, che si costruisce una casa moderna in stile razionale, sotto la quale però conserva, celata da una tenda courtain wall , la sua vecchia casa irriducibile a qualsiasi ordine… Cecchetti lo precisa (pag. 27) con chiarezza: “Un’avvertenza per il lettore. Commetterebbe un’ingenuità pensando che questo libro sia stato concepito come l’ennesima invettiva contro gli architetti”. Aggiungendo di seguito: “Ma sarebbe ancor più ingenuo credere che sia stato scritto per gli architetti”.

Il bersaglio è lo slittamento del sapere comune nei recinti separati dello “specialismo critico”. “L’autore è convinto che l’architettura sia appunto un ‘bene comune’. Un bene di tutti. Non come l’intendono le teorie della partecipazione o dell’autocostruzione, che restano opzioni particolari e non generalizzabili: ai tecnici e agli artisti va data libertà di agire. E ai politici di governare. Ma le premesse (e il controllo) delle loro scelte e del modo di metterle in pratica devono venire da chi è la ragione e il destinatario stesso della città. Non farebbe male agli architetti, così come ai cittadini, incontrarsi ogni tanto e parlarsi con quella libertà di parola che comporta pensiero e opinioni diverse. Una polis che voglia andare oltre l’astrazione dei buoni, quanto vaghi, propositi, deve mettere in conto anche la sordità, la cecità, le sgrammaticature: purché si sia disposti, tutti, a cercare una lingua comune con cui esprimersi e capirsi. Non sembri, dunque, retorico se qui si dice che il presente libro si rivolge all’uomo della strada, l’uomo che vive nella città. A chi, in definitiva, è spesso fuori gioco. Ma non così tanto da non poter giudicare ciò che avvine sotto i propri occhi”.

Maurizio Cecchetti, in un inventario ragionato delle illusioni, delle utopie, degli equivoci e degli errori di oltre un secolo, ci costringe, partendo da Wright e Le Corbusier per arrivare a Rem Koolhaas ed alla deconstruction, a ragionare sull’architettura senza fermarsi alla sua pelle, alla cosmetica cosmica (Koolhaas) affidata alle griffe delle archistar. Oltre le “questioni di stile” – in cui già Persico individuava negli Anni Trenta il rischio di inaridimento dell’architettura – Cecchetti ci pone di fronte, con chiarezza krausiana, all’eclissi, totale o parziale, dalle discussioni sull’architettura, sia della questione delle abitazioni sia della questione dello spazio pubblico. Cioè delle questioni centrali da cui avevano avuto origine funzionalismo, razionalismo, movimento moderno.

Le Corbusier e Wright avevano chiaro il fatto, afferma più volte Cecchetti, che il nemico principale della buona architettura è la “speculazione edilizia”. Al di là dei dettagli (Panos Koulermos, architetto greco che insegnava da anni all’UCLA, mi ha portato in pellegrinaggio, nell’ ’87, alle prime case costruite da Wright a Los Angeles, e mi ha indicato le crepe che fessuravano il cemento in cui erano state costruite, spiegandomi che “come costruttori” i fratelli Wright non facevano eccezione alle regole di furbizia del mercato…), è assolutamente vero che la precisione nella visione delle cause del degrado delle città e dell’ambiente si è sciaguratamente persa. Sostituita dal velleitarismo auto assolutorio declinato in più modi: dalla bigness in chiave di assoluzione preventiva, all’astrazione assoluta di Peter Eisenmann.

Cecchetti brucia i vascelli attraverso cui siamo approdati alle attuali incertezze. Mi limito ad un solo ma felicissimo esempio (pag.67), anche per il riferimento ad un grande eretico della cultura architettonica italiana, Eugenio Battisti (un nome che torna più volte in Pelle di Vetro, assieme a quello di Klaus Koenig): “Eugenio Battisti, smontando il dogmatismo etico dei modernisti, metteva in guardia dall’associazione automatica tra purezza e pauperismo, dove “l’assenza d’ornamento è non reale ma metaforica”. Chiara allusione all’estetica nuda del funzionalismo e del razionalismo.” Per liberarsi dal delitto di ornamento deprecato da Adolf Loos non sono sufficienti il formalismo delle pareti nude e bianche. “L’eclettismo postmoderno” (che, chioso le osservazioni di Cecchetti, unisce il tardo razionalismo al decostruzionismo…) “non è più, come scriveva Baudelaire nel Salon del 1846, il sintomo di un dubbio, una prova d’”impotenza” davanti alla forza degli antichi principi architettonici, ma l’affermazione di un potere privo di ogni remora o incertezza: è lo stile di chi si sente forte del denaro e della libertà assoluta ch ne deriva; è lo ‘stile di ciascuno e di tutti’ (…) Si può anche dire che lo stile molteplice, l’ornamento giustapposto alla realtà, che Loos considera un crimine contro la purezza e la sincerità, sono oggi quasi indispensabili alle logiche di un capitale che si riproduce tesaurizzando le pulsioni e i desideri soggettivi. Anzi, l’ornamento, per un principio di fusione della forma, viene via via a sostituirsi alla realtà, come nell’immagine virtuale, e l’ingloba sotto sembianze fantasmagoriche”. Punto e a capo, ancora una volta, per l’architettura.

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