RENATO NICOLINI

il blog ufficiale di Renato Nicolini

Muta Imago, Amleto di Bacci, La Ruina, India e Palladium.

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Ad India ho visto due (La Borto di Scena Verticale, regia di Saverio La Ruina ed Amleto. Nella carne il silenzio della Compagnia Laboratorio di Pontedera, regia di Roberto Bacci) al Palladium l’altro (Madeleine dei Muta Imago) dei tre spettacoli che hanno attirato la mia attenzione nell’ultimo mese. Questi due teatri mi sembrano in qualche modo simbolici di uno stato d’animo profondo della città di Roma. Che è ancora come travolta dalle macerie del sogno veltroniano, dalla clamorosa caduta di quel “modello Roma” che – solo pochi mesi prima di Alemanno – sembrava rivendicare con qualche successo una considerazione internazionale. Oggi ne appaiono tutti i difetti, in particolare la natura centralistica, che assegnava al Campidoglio l’unica regia. Dal naufragio si è salvato solo l’Auditorium, la Festa del Cinema ne è uscita fortemente ridimensionata. A differenza di quanto accadeva negli anni Settanta (perché la periferia resta invisibile al Campidoglio, e l’erba è stata tagliata sotto i piedi di Racconti al Parco di Pier Paolo Palladino o del Festival di Ascanio Celestini), non sembra proprio esserci un ribollire di cantine teatrali, filmclub, Abruzzese, Sargentini, Carella, Leo e Perla, Victor Cavallo, una bottiglia di champagne di creatività che attende solo di essere stappata. I finanziamenti privati, non più sollecitati come scelta strategica dal Campidoglio, non sono più affluiti numerosi come in passato. Segno anche di una debolezza dell’industria culturale (Cinecittà, RAI, produzione di audiovisivi, design, spettacoli, etc.), che in quindici anni non si è saputa invertire e nemmeno arrestare. Il Palladium è in salute, sostenuto da Romaeuropa che lo ha eletto a scenario privilegiato, da Roma 3 che non rinuncia ad usarlo come teatro universitario (ma sarà ancora possibile, con la bufera Gelmini?), dal radicamento nel quartiere… Vorrei dire lo stesso di India, perché è un teatro che mi è particolarmente caro, anche come opera di architettura, segno leggero ma profondo perché in risonanza con i valori simbolici profondi del luogo, dei miei amici architetti Ugo Colombari e Peppe De Boni. Ma, per cominciare, non sono più loro gli architetti dei teatro… abbandonati certi loro progetti di espanderlo agli altri capannoni (chissà se non sono già stati demoliti…) per farne un vero centro di produzione teatrale, di dimensione europea… Se non si espande come teatro, quella zona si trasformerà nel segno del terziario più banale… E quel luogo, che ci restituisce l’immagine interiore della Roma di Pier Paolo Pasolini attraverso un paesaggio fatto di vegetazione del lungotevere incolta, sterpi e sassi, industrie abbandonate, ponti di ferro, segnato dal profilo del Gasometro, verrà ben presto omologata al resto della città. E’ la modernità di Maramaldo. Cosa potrebbe diventare invece, se si espandesse a tutta l’archeologia industriale che la circonda, il centro di produzione e di spettacoli di India! Una Cinecittà teatrale, che potrebbe risollevare quella cinematografica… Questo, credo, era anche il sogno di Mario Martone.

Tra le due possibili interpretazioni del titolo – Madeleine – dello spettacolo dei Muta Imago, tra la madeleine proustiana e il nome di Kim Novak in Vertigo di Hitchcock, ho scelto d’istinto la seconda. Ho così visto lo spettacolo come un crescendo di paura, affidato alla colonna sonora ma anche ad effetti visivi che a tratti mi sembravano allusivi al motivo della tromba delle scale che si allunga a telescopio sotto gli occhi di James Stewart. L’importanza di una musica che integra nel ritmo (psicologico e musicale) suoni e rumori, è sottolineata dal fatto che il suo autore è anche il drammaturgo, Riccardo Fazi (mentre la regia è di Claudia Sorace, e la cura delle immagini è di Massimo Troncanetti). La vicenda, coerentemente alla poetica dei Muta Imago (il cui Lev ho visto nascere al Castello Pasquini di Castiglioncello, durante le selezioni del Premio Cappelletti), è affidata unicamente alla narrazione visiva ed alla sua costituzionale ambiguità. Su questo concordano Hitchcock, che ne è stato il maestro maturo, e Proust, che nella visione diretta avevo rimosso e mi torna invece in mente con grande forza (come potrebbe essere diversamente?) nel ricordo. Cosa c’è di più ambiguo dell’esperienza? Il “narratore” lo scopre, leggendo i giudizi che di Crottard, famoso imbecille chez Swann, e di M.me Verdurin danno invece i fratelli Goncourt, in una deliziosa pagina del loro Journal aprocrifa proustiana. Noi lo scopriamo al teatro. La perfezione dei rimandi digitali tra luci, proiezioni, musica è assicurata dal digitale. Tutto è sotto i nostri occhi, per questo tutto è così nascosto… Chi è la giovane donna, interpretata da Irene Petris, attrice di Ronconi e di Castri (in scena assieme a Glen Backhall e Chiara Caimmi)? Qual è la sua storia? Perché ha paura? Qual è il suo futuro, in un mondo in cui proprio la perfezione delle connessioni tecnologiche sembra cancellare l’imprevisto, la mancanza, e dunque la possibilità stessa della memoria.

La Borto può ingannare, dare l’impressione del manierismo , rispetto alla precedente Dissonorata. La scena è ugualmente minimale, due sedie l’una accostata all’altra, ma rivolta verso il fondo scena quella su cui siede il musicista, verso il pubblico quella su cui siede Saverio La Ruina. Ma i due spettacoli vanno visti correttamente viste come un dittico, le due parti di un’unica sacra rappresentazione che si interroga sulla forza operante dei simboli di un destino di oppressione della donna in Calabria. Il sentimento religioso, vivo, deluso, deviato è materialmente intrecciato al sentimento, solo in apparenza opposto, della laicità. Dissonorata o l’aborto, sono le due sole strade che può percorrere. Calvari differiti nel tempo, il primo ad effetto immediato, il secondo dopo qualche mese. In qualche modo, introiettandone le emozioni nel proprio corpo maschile, La Ruina compie un’operazione opposta alle incursioni en travesti di Annibale Ruccello, Geppi Gleijeses, Arturo Cirillo, Leopoldo Mastelloni… Quello di mettere in secondo piano la differenza sessuale per riscoprire le altre differenze del corpo, senza mai cessare di punteggiarla con ironiche estraniazioni brechtiane… Dall’altro lato, La Ruina esalta la com-passione, la capacità di sentire insieme, di scoprire le proprie affinità, la propria solidarietà con la protagonista condannata alla solitudine…

Word, word, word… Sarà questa la parola che pronunciano, spade in pugno, i sei duellanti (Andrea Fiorentini, Serena Gatti, Debora Mattiello, Luigi Petrolini, Alessandro Porcu, Francesco Puleo)che circondano l’ultimo Amleto (Tazio Torrini) di Roberto Bacci? O non sarà un più appropriato sword, sword, sword? Già la possibilità di un gioco di parole, fa slittare verso il postmoderno l’ultimo lavoro del Laboratorio di Pontedera. Amleto, oltre che personaggio teatrale, è il paradigma meta teatrale dell’atteggiamento verso il teatro della cultura del tempo. L’Amleto precedente di Bacci si intitolava Essere pronti è tutto, questo Nella carne il silenzio, ed anche questo è significativo. La drammaturgia di Stefano Geraci sceglie di non tener conto del piano di Amleto contro Rosencratz e Guilderstern, optando per un Amleto che, dopo la visita alla madre, l’incontro con lo spettro del padre e l’assassinio di Polonio, va incontro al suo destino “senza meditati piani di vendetta”. Priva di un piano, la vendetta resterà incompiuta; nella rappresentazione tutti muoiono, ma non si vede Amleto affondare la sua spada su Re Claudio. Resta l’incalzare dei personaggi che spingono continuamente Amleto incontro al suo destino, resta lo scorrere inesorabile del tempo, ma l’azione è in tutta evidenza inutile. Né eroe romantico, né ragionatore, la vendetta arriva senza che Amleto intenda compierla. Il nostro tempo è davvero uscito dai cardini, ed in questo caso il protagonista non si spenda certo per rimetterlo in sesto.

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