MAXXI+MACRO
La doppia inaugurazione, MAXXI – MACRO, ha avuto aspetti mondani che non sarebbero dispiaciuti a Matilde Serao e Gabriele D’Annunzio, curatori di rubrica per la “Cronaca Bizantina” di Angelo Sommaruga. Nella battaglia delle cene, ha vinto il MACRO con un lunch rigorosamente in nero, dal risotto al nero di seppia al cioccolato fondente, ispirato al look nero delle due archistar di riferimento di Odile Decq, Jean Nouvel e Massimiliano Fuksas. Nella guerra della città vince invece il MAXXI:dall’edificio di Zaha Hadid sono presenti l’Auditorium di Renzo Piano, lo Stadio Flaminio di Pier Luigi Nervi, il Villaggio Olimpico ed il Foro Italico segnati da Luigi Moretti… Mentre il MACRO, da questo punto di vista, è perfettamente celibe – a meno di non immaginare un improbabile dialogo a distanza di cento anni tra Odile Decq e Gustavo Giovannoni, primo architetto del complesso della Birra Peroni… Isolamento sottolineato dal ristorante panoramico, vero centro del nuovo Museo, con affaccio sull’angolo tra via Cagliari e via Nizza – piuttosto solitudine del quartiere residenziale che traffico metropolitano… Il MAXXI ha scatenato le ire dei conservatori, che hanno colto l’occasione per riproporre il frusto e vieto argomento del Museo concepito come una serie di white box, scatole bianche illuminate dall’alto, spazi neutri ed isotropi completamente a disposizione del curatore… Era Le Corbusier ha concepire in questo modo il Museo, come reazione ai formalismi dell’accademia, una serie di robuste pareti “a crescita illimitata” a cui appendere i quadri con un martello. Le Corbusier cercava di difendersi preventivamente dalla crescita veramente illimitata della società delle immagini, consigliando ai privati di tenere i quadri in un cassetto o negli armadi, da cui tirarli fuori solo quando si ha veramente voglia di vederli. Ma le cose sono andate in modo completamente diverso, e nel reame delle immagini, dove Walt Disney (ma anche i Pokemon o le Winx…) fanno concorrenza ad Andy Wahrol (il primo a capirlo benissimo) ed a Mark Rothko, la strada non può più essere quella dell’astinenza puritana (che si confaceva invece al periodo di Le Corbusier e soprattutto di Max Weber, ancora alla ricerca dell’etica…). Il MAXXI si presenta all’inaugurazione con almeno una mostra, quella curata da Achille Bonito Oliva e dedicata a Gino De Dominicis, che dimostra di aver capito la nuova tematica dell’allestimento nel flusso di uno spazio fluido. Mentre in tutto il MAXXI risuona la risata inconfondibile di Gino (segno di ironia concettuale ma anche di vitalità oltre la morte, contrappunto al gigantesco scheletro all’esterno…), la mostra inizia, si interrompe, si confonde con le altre mostre (l’allestimento tra Aalto e il nastro di Moebius concepito da Aldo Ajmonino per Luigi Moretti; etc…) e riprende al livello più alto. Due osservazioni conclusive, sul MAXXI visto invece in relazione al desolato futuro che si preannuncia per la cultura italiana nell’epoca dei tagli. Il MAXXI, a ben vedere, ha addirittura precorso la mentalità di Bondi e Tremonti. Infatti, in contemporanea con la soppressione della PARC (la Direzione Generale del Ministero dei BBCC che si occupava di paesaggio, architettura ed arte contemporanea), il MAXXI è stato sostanzialmente esternalizzato, non è più una struttura del Ministero dei BBCC ma una Fondazione autonoma. Si fa per dire, perché – per effetto di una certa confusione tra autonomia e controllo – a occuparsi degli acquisti del MAXXI è stato nominato un dichiarato fiero nemico dell’arte contemporanea come Vittorio Sgarbi. Insomma, un’autonomia che forse bisogna piuttosto chiamare disimpegno. Riusciranno i nostri eroi del MAXXI, capitanati da Pio Baldi, a resistere? Tanto più che una struttura come questa è molto impegnativa anche come costi… La prima pre inaugurazione del MAXXI è stata affidata alla performance dei ballerini di Sasha Waltz, che agivano nello spazio ancora vuoto. Il MAXXI è stato progettato per gli happening, per le performance, per sperimentare e promuovere una teatralità non più legata ai teatri ed allo spettacolo, ma al mondo dell’arte, capace magari di irradiare fuori degli spazi dell’edificio museale per affrontare la città, questa parte di città che si rivela così ricca di rimandi alla storia dell’architettura contemporanea a Roma… E che si sta anche rivelando, grazie ai risultati delle attività di spettacolo dell’Auditorium, come qualcosa capace di presentarsi come Porta Nord della città di Roma, facendo sistema col Foro Italico, magari in vista del progetto di Olimpiadi 2020… Ma nella Roma di Alemanno la cultura non è più vista come terremo privilegiato di investimenti a cui spingere Camera di Commercio ed Unione Industriali…