Lipsynch
La location scelta per Lipsynch, anteprima alla terza edizione del Napoli Teatro Festival, è singolare. L’ex Birreria Peroni di Miano trasformata in teatro. Dall’industria espulsa all’industria culturale? Macchè, tutto sarà smantellato tra un mese… Eppure, Miano, vicino alla Reggia di Capodimonte, straordinaria quanto isolato, è un luogo strategico per una nuova Napoli, non troppo lontano nemmeno da Scampia… Siamo fuori sincrono… Sulla sincronia Robert Lepage ha costruito il suo ultimo esperimento teatrale. A costo di cambiare il proprio lavoro, centrato “ sull’uso dell’immagine, del movimento, dello spazio”. La voce “era un elemento complementare” mentre in Lipsynch diventa “il punto focale”. Elemento interno al corpo, ma anche esterno, concettuale, perché “per comprenderla appieno … occorre prendere la distanza dagli stimoli visivi e scendere là dove la voce è radicata”. Così si può tentare di sconfiggere la ‘società dello spettacolo’ e restituire vita al teatro… Lipsynch scorre comunque leggero come una telenovela, imita da camaleonte il format che più consente colpi di scena, divagazioni e disimpegno, accensioni effimere dell’immaginazione, nove atti per nove ore di rappresentazioni, con intervalli che permettono, meglio che a casa dove lo schermo tv rimane acceso, di bere una birra o mangiare qualcosa: per indagare sulla voce nell’era del “telefono, radio, colonne sonore e film muti, playback e post sincronizzazione ”. “Così all’egro fanciul porgiamo asperso / di soave licor l’orlo del vaso”, scriveva Torquato Tasso impegnato in analoga impresa di ricostruzione di una cultura condivisa, spazzate via le vecchie regole. Dal primo atto apprendiamo due valori essenziali del nuovo mondo globale, di segno complementare tra di loro: la lirica, che non è sopravvivenza del vecchio ordine ma forma simbolica per eccellenza del melodramma, dove il sentimento è costantemente proclamato e spettacolarizzato, quasi a compensarne l’intercambiabile povertà, in cui la vita borghese s’è evoluta; e la velocità degli spostamenti da un paese all’altro (è in aereo che nasce Jeremy e termina la breve vita di sua madre Lupe). Solo nel nono e ultimo atto scopriremo che il terzo valore non è la prostituzione – come inclinano a pensare – a loro insaputa? – nei palazzi del potere: ma lo sfruttamento del corpo femminile operato da una criminalità organizzata – magari labile nei singoli elementi – perfettamente interconnessa con tutti i poteri. Il male è (quasi) onnipotente, proprio perché può permettersi di essere (quasi) ridicolo nelle sue manifestazioni. La tecnica dell’immagine è trattata da Lepage con una certa sprezzatura, utilizzando ad esempio filmati girati in precedenza per simulare la realtà virtuale. La trama, il suono, l’energia dell’immaginazione anche triviale, sono invece contaminate in ogni direzione: dai film di Almodovar alla tecnica indiana del racconto ad incastro alla costruzione di nuove narrazioni attraverso nuove sincronie (come nella trilogia Da Ponte / Mozart di Peter Sellars) alle epopee a fumetti di Robert Crumb, Andrea Pazienza, Carl Barks, senza dimenticare i fill in dei comic books… Le storie di Jeremy figlio di Lupe, adottato da Ada cantante lirica che era a bordo dello stesso aereo, del neuro chirurgo Thomas che per un periodo non breve avrà una relazione con Ada, di Marie operata da Thomas e di sua sorella schizofrenica Michelle, di Sarah che racconta ad un talk show la sua storia di prostituta e del suo incestuoso fratello scomparso nel nulla e riscoperto come l’annunciatore televisivo di grande successo Tony Briggs (che forse è il vero padre di Jeremy), dell’investigatore scozzese Jackson che non sa cosa fare del corso di Tango dove si è iscritto con la moglie che lo sta lasciando, si intrecciano e si sciolgono, fino a dimostrare la loro irrilevanza… Musil si interrogava già sul perché, in un mondo dominato dall’individualismo com’era già la Vienna del XX secolo, la somma degli atti “liberi” degli individui fosse statisticamente prevedibile, con un minimo scarto… Lepage è perfettamente in sincrono, con questa visione laica e disincantata delle passioni umane… Che sia finzione auto costruita, invenzione di sentimenti non più provati ma sempre cantati con passione di tenore o soprano? Che la vita non sia più modello alla rappresentazione, ma al contrario tenti di adeguarsi ai modelli fiction di maggior successo? E’ passato molto tempo da Pirandello, e non è più necessario accanirsi nella decostruzione dei personaggi, fino a trasformarli in schemi in cerca d’autore. Lepage decostruisce la voce: la voce che canta, la voce della coscienza, la voce sintetizzata, la voce in play back… La voce può cantare, spiega Thomas a Marie, anche avendo persa la capacità di verbalizzare, di emettere parole con un significato… Lepage ci invita all’attività mentale, alla diffidenza verso il senso, alla riscoperta della materialità e della confusione – come nuova condizione del progetto che sembrano ostacolare…