La nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli
Il Teatro Stabile di Napoli presenta domani la sua nuova stagione, in una conferenza stampa alla presenza, tra gli altri, di Emma Dante, Arturo Cirillo, Antonio Latella, Peppe Barra, Enzo Moscato, Virgilio Sieni, Mimmo Borrelli, Iaia Forte, Renato Carpentieri, Toni Servillo, Vincenzo Pirotta. Nell’invito campeggia una frase di Roger Callois, perché ci sia un gioco, deve esserci almeno una regola. Perfettamente giusto ricordarlo a tutti in questo momento; non tante formule burocratiche, ma una direzione ed un criterio secondo cui muoversi. Il direttore artistico Andrea De Rosa (ed il presidente “di transizione, Sergio Sciarelli), sono consapevoli della posta in palio non dichiarata, la sopravvivenza del più giovane degli Stabili pubblici italiani. La trasformazione del Teatro Mercadante in Teatro Stabile è stato uno degli atti più importanti del “bassolinismo”. Il nuovo teatro è stato caratterizzato, al momento della sua costituzione, da una sorta di direzione collegiale (i “saggi” Mario Martone, Renato Carpentieri, Enzo Moscato affiancavano Roberta Carlotto). La nuova produzione teatrale (riassumendo con questo termine il lavoro di registi, drammaturghi e attori) era il fondamento su cui costruire il teatro pubblico. Questo spirito si è conservato anche nel passaggio dalla direzione collegiale alla direzione del giovane De Rosa. L’attenzione alla tradizione teatrale napoletana (Napoli si può sicuramente definire, assieme a Venezia, la città teatrale per eccellenza d’Italia) non era più proiettata solo nella direzione del passato, nel ricordo glorioso di De Filippo, Viviani, Scarpetta, Antonio Petito o della maschera di Pulcinella. Il passato era piuttosto la garanzia di una tradizione (Renato Carpentieri in particolare si è cimentato con i testi ottocenteschi di Pulcinella), da cui spiccare il salto verso il futuro. Lo Stabile di Napoli ha però privilegiato (ho ancora un vivo ricordo di ‘Nzularchia) il presente, una nuova drammaturgia che ricercasse sulla lingua teatrale della città, nelle due direzioni del rapporto –in continua trasformazione, non irrigidito nel riferimento ad un modello – tra lingua e dialetto/i; e della drammaticità di una condizione civile fortemente segnata dalla camorra, e dalle sue molteplici collusioni con il potere politico. Il Mercadante è elemento essenziale nella costruzione di una nuova identità della città, capace di non adagiarsi negli stereotipi ripetitivi del passato e dell’armonia perduta. La fine della stagione politica del “bassolinismo” non può significare dispersione e perdita di questo patrimonio. Più ancora che nel MADRE, nella celebrazione dell’anno nuovo con l’installazione in piazza Plebiscito dell’opera di un grande artista contemporaneo, nelle nuove stazioni della Metropolitana, è nel Teatro Mercadante che appare con chiarezza l’intenzione di proiettare l’immagine di Napoli sul fondale del futuro anziché del passato. La nuova stagione che verrà presentata, coerentemente a questa intenzione, non è di ripiego, ma si qualifica nello sforzo di dare spazio non solo alla “creatività” napoletana, ma al contesto italiano – di ricerca e di sperimentazione – cui questa appartiene. Non c’è dubbio che oggi il Teatro Stabile di Napoli è a un bivio. Da un lato la possibilità di mantenere il ruolo centrale di stimolo principale della sua tradizione teatrale cittadina, capace di dialogare con i due teatri d’innovazione napoletani, il Nuovo Teatro Nuovo e la Galleria Toledo. Di spingere il proprio ruolo oltre la sede del Mercadante, nelle direzioni del San Ferdinando, dell’Auditorium di Scampia, del teatro (che sarebbe uno scandalo venisse davvero smontato) realizzato nell’ex Fabbrica della Birra Peroni per l’edizione di quest’anno del Napoli Teatro Festival. Di assumere soprattutto un ruolo di maggiore rilievo nell’organizzazione e nella gestione del Festival, che ha cessato di essere un elemento straordinario per diventare un impegno annuale delle città. Dall’altro lato, il rischio che anche sul Mercadante si abbatta il vento dei tagli alla cultura, del disimpegno, del controllo politico come criterio, della lottizzazione e della perdita di progettualità. La presentazione della nuova stagione, alla presenza di tanti testimoni, è non solo un impegno di continuità, ma anche una dichiarazione di resistenza preventiva alla normalizzazione.