RENATO NICOLINI

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La fine dell’architettura?

evil dead cabinDiscutere della fine dell’architettura ci riporta indietro nel tempo, alla profezia hegeliana della morte dell’arte. Nello Stato della Ragione, ultimo atto della dialettica storica tra Spirito e Materia, dove tutto ciò che è reale non può che essere razionale (è difficile non pensare al Pangloss di Candide, ironia volterriana preventiva), l‘arte diventa superflua. In Giulio Carlo Argan, di cui per due anni sono stato assessore alla cultura mentre era Sindaco di Roma, cui è stata frequentemente rimproverata, questa tesi non aveva però nulla di meccanico. Se soltanto il progetto può contrapporsi efficacemente al destino (tesi centrale del libro forse più importante di Argan critico d’architettura), Argan critico d’arte non poteva non constatare la debolezza dell’arte programmata (dove l’arte si proponeva di fare integralmente propri i canoni della razionalità) ed apprezzare piuttosto l’informale di Jackson Pollack, magari nella versione europea di Fautrier e Dubuffet. La sua straordinaria conferenza sulla “tipologia”, riprendendo la distinzione di Quatrèmere de Quincy tra tipo e modello, è indicativa di una visione della storia poco conforme al sistema chiuso hegeliano; così come l’apertura di fatto alla transavanguardia di Achille Bonito Oliva, cui Argan aveva chiesto di curare l’ultimo volume della sua Storia dell’Arte edita da Sansoni, e di cui aveva visto con grande favore la mostra Avanguardia – Transavanguardia. Le “barbare” tende bianche che sembravano come assediare le Mura Aureliane allestite da Nino Dardi per l’occasione appartengono pienamente, non meno della Strada Novissima della Biennale Architettura di Paolo Portoghesi, al postmoderno. Senza parlare di Roma interrotta, gioco sulla pianta di Roma di dodici architetti postmoderni da Aldo Rossi a Leon Krier, concordato con gli Incontri Internazionali d’Arte di Graziella Lonardi da Argan pochi mesi dopo il suo insediamento in Campidoglio. Comunque, dalla fine degli anni Sessanta ad oltre la metà degli anni Settanta opere ed installazioni all’insegna di arte cinetica, optical art, etc. hanno tentato (pur senza successo) di conquistare l’egemonia su astrattismo e informale. Parto da questa notazione per far rilevare come il clima dei primi anni Duemila – dove l’architetto sembra divenuto invisibile o mutato in archistar – obbedisca a un “sentimento del tempo” assolutamente diverso. La fine dell’architettura di cui oggi stiamo discutendo non avviene per eccesso di progetto, per assorbimento dell’istanza estetica da parte della ragione, che spinge al radicalismo purista, alla cancellazione calvinista di ornamenti e decorazione in nome del rigore, ma per motivi di tipo opposto. Nella prevalenza sullo scopo del progetto dell’efficacia della comunicazione che il progetto veicola, il tempo proprio al progetto, il futuro, scompare e viene sostituito dal respiro corto delle esigenze celebrative e rappresentative. Trionfo postumo di Vilfredo Pareto su Karl Marx e Max Weber. Tra tante discussioni, polemiche, meraviglie e stupori a proposito dell’architettura; tra ipermusei (dal Guggenheim Bilbao di Frank O. Gehry al MAXXI romano di Zaha Hadid); shopping mall e centri commerciali; enclaves residenziali sorvegliati da guardie armate: sembrano scomparsi i temi classici della modernità dei CIAM, come la questione delle abitazioni (cara a Federico Engels) e lo spazio pubblico (il cuore della città, che sembrava così importante al Team X ed ai Congressi dell’UIA subito dopo la fine della II Guerra Mondiale, antidoto agli eccessi di astrazione razionalisti. La città stessa rischia di perdere la propria relazione fondante con l’architettura, dispersa nel continuum urbanizzato, frantumata in enclaves per le élites e desolazione delle periferie. Parlare di fine evoca l’Apocalisse (e neanche possiamo aggettivarla, come nella finis Austriae, “gaia Apocalisse”): mi sembra un po’ un modo di gettare la spugna e chiamarsi fuori. Dunque non lo farò. Ma è difficile non avvertire (non tanto negli architetti nostri contemporanei quanto nel modo in cui opinione pubblica ed istituzioni affrontano oggi i problemi dell’ambiente, della sostenibilità, del rischio idrogeologico e sismico, delle infrastrutture, delle città, dell’abitazione, dello spazio pubblico), l’eclissi del principio di realtà e la sua sostituzione con una serie di derivate seconde, all’insegna del whisful thinking e del Truman Show. L’architetto vive la stessa impotenza di un partecipante ad un reality: separato da tutto ciò che è reale, scambia la soddisfazione effimera del proprio narcisismo con l’accettazione, senza possibilità di critica, delle regole del gioco.

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