La bastonata della Melandri
Con l’invito ad assestare a Berlusconi “una buona bastonata”, Giovanna Melandri ha forse detto qualcosa di più profondo di quanto non supponeva. Nel suo ultimo dramma, L’ultima notte di Don Giovanni, scritto durante la prima guerra mondiale, e rappresentato postumo, nel (fatale per l’Italia) 1922, Edmond Rostand, l’autore del Cyrano, introduce la figura di Pulcinella. (Qualcosa di simile ha fatto, nel 1997, mettendo in scena al Teatro di Corte a Palazzo Reale uno dei tanti Don Giovanni pre Mozart, Roberto De Simone: nell’intermezzo tra un atto e l’altro, Virgilio Villani rappresentava un dialogo tra Don Giovanni e Pulcinella…). Don Giovanni ha ottenuto dieci anni in più di vita dalla Statua del Commendatore, è andato a Venezia (“il luogo in cui vengono a morire i libertini che vogliono infrangere l’ultimo bicchiere, il più bello”… “volendo io come te, città folle e profonda, vivere sul mio riflesso, ho costruito sull’acqua”) e, proprio quando i dieci anni scadono, fa entrare nel suo palazzo un Burattinaio col suo teatrino di Pulcinella. Pulcinella va per le spicce col suo bastone. Uccide Pierrot, la bambola, il Gendarme, il Giudice; riesce a sbarazzarsi persino della Morte, di cui è inconsapevole. Ma (lo ricordiamo tutti dalla nostra infanzia), quando compare la Marionetta del Diavolo, si inceppa. Lo picchia, ma gli si rompe il bastone; prova con un altro, ma gli si rompe di nuovo; finché il Diavolo se lo carica in spalla e lo porta via…
Una “buona bastonata” può non bastare. Bisogna anche che Berlusconi non sia il Diavolo… O, in altre parole (poiché “il Diavolo” non esiste, se non nei film di Friedkin e nelle encicliche papali più attardate…), che non lo si tratti più da “Diavolo” ma da quell’essere umano che è. “Nuovi inizi”, bastonate e smargiassate lasciano il tempo che trovano. Stesso discorso per la taumaturgia della transizione. Ennio Flaiano lo scriveva già negli anni Sessanta: “Sì, viviamo in un’epoca di transizione, come sempre”. Per andare alle nuove elezioni con una nuova legge elettorale non serve tanto il “tempo” della transizione e la liturgia di un nuovo Governo che l’approvi, quanto il coraggio di proporre una nuova legge elettorale ragionevolmente condivisibile da un arco ampio di forze. Qualcosa che vale anche per il governo dell’economia, per il “che fare” delle pessime leggi berlusconiane come la riforma Gelmini, e per tutte quelle cose che non dipendono né dal Diavolo né dal Buon Dio, ma dagli uomini… E’ un po’ difficile saltare a piè pari sopra tutti i conflitti, almeno tra pubblico e privato se non proprio di interessi di classe, e riuscire a governare semplicemente ignorandoli… Mi limito qui ad accennare alle grandi linee di una possibile riforma elettorale, visto che nessuno lo fa. Seppelliamo un paio di idola fori, come il “bipolarismo” ed il “maggioritario”, che tanti danni hanno fatto alle democrazia senza contribuire in nessun modo alla “governabilità”. Reintroduciamo il voto di preferenza per far cessare lo scandalo di un Parlamento eletto dalle segreterie dei partiti e ratificato dall’elettorato; cancelliamo la lotteria del premio di maggioranza; dimezziamo il numero dei parlamentari, sia al Senato che alla Camera, misura ancor più efficace della soglia di sbarramento al 4% per evitare la proliferazione dei gruppi e dei partiti. Bastano tre articoli, ed ecco reintrodotta la possibilità di un voto democratico …