In difesa di Goffredo Mameli

Sento l’impulso irresistibile, dopo gli articoli di Rina Gagliardi e di Vladimir Luxuria, di prendere le parti di Goffredo Mameli. Per Mameli ho un’antica affezione. Quando, nel ’93, mi candidai a Sindaco di Roma (in dissenso dalla scelta Rutelli fatta dal PDS), uno degli eventi della mia campagna elettorale fu un “comizio di poesia”. Al Gianicolo, sotto la statua di Giuseppe Garibaldi. “Tre poeti morti per Roma”, s’intitolava: ed i poeti che ho letto erano Giordano Bruno, Goffredo Mameli e Pier Paolo Pasolini. La mia attenzione per Mameli data da quando il mio amico Guido Zaccagnini, musicista, musicologo ed inventore di alcune delle più belle iniziative dell’estate romana (l’esecuzione integrale delle musiche di John Cage, una completata da autobotte che spargeva profumo – secondo partitura – lungo via Veneto… la mitica “musica dai tombini”, in realtà poesie d’amore scelte da Armando Adolgiso che ne uscivano…), mi fece notare una gaffe di Eugenio Scalfari. Scalfari aveva attribuito (in un suo editoriale domenicale su “Repubblica”) una folgorante terzina, molto in sintonia con il clima del ’92 – ’93 a proposito di tangentopoli, a Giovanni Berchet. Ebbene, “Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / La sua folgore gli dà”, non è di Giovanni Berchet! Quei versi sono il ritornello della poesia dedicata da Goffredo Mameli a Balilla, il ragazzo italiano (reso poi odioso dalla retorica fascista…), che gettando un sasso aveva dato inizio alla rivolta di Genova contro lo straniero…
Qualche anno dopo, assieme a Marilù Prati, abbiamo affrontato direttamente il tema della Patria, cioè del rapporto del nostro presente con il Risorgimento. Il clima politico era cambiato, era il tempo del primo Governo Prodi e delle sue divagazioni, quando, anziché affrontare e risolvere in Parlamento il conflitto d’interessi, ci si perdeva in divagazioni bucolico disneyane, tra ulivi, asinelli, margherite ed ulivi… La Patria ne aveva perciò ricavato un bell’esaurimento nervoso, e per curarsi era andata in Svizzera, dove incontra il Mito. Io ero il Mito e Marilù la Patria. Siamo andati in scena a Vibo Valentia e a Reggio Calabria, sullo sfondo di pastelli risorgimentali da me stesso disegnati… Un testo che forse riprenderemo quest’anno, aggiornandolo… Marilù entrava in scena in costume tricolore, cantando Viva l’Italia libera / Viva la gran risorta… Le parole sono di Goffredo Mameli, e la musica di Giuseppe Verdi… Non esiste solo Fratelli d’Italia come Inno di Mameli… Volendo sostituirlo (in effetti l’Inno di Novaro è fracassone…), c’è un’alternativa diversa dal Coro del Nabucco, non una metafora ma una diretta espressione risorgimentale. L’inno di guerra di Goffredo Mameli, quando, nel ’48 – deluso in amore, perché la donna cui aveva consacrato in eterno il suo cuore convola ad altre nozze – decide di consacrarsi non più a una donna ma all’Italia, si trasforma in poeta soldato, e, radunato un battaglione universitario, prima corre a sostegno di Milano (ma tutto questo Pippo Bossi non lo sa / che quando passa ride tutta la città…) e poi a Roma in difesa della Repubblica Romana, l’ultima a cadere delle conquiste del ‘48 …
Goffredo Mameli morì a Roma, colpito a una coscia da una pallottola nemica. Il medico pietoso ritardò così a lungo la necessaria amputazione, che la cancrena l’uccise. Mi sono spesso domandato perché il cinema italiano non abbia mai dedicato un grande film stile hollywoodiano a Goffredo Mameli. Gli ingredienti ci sono tutti: l’amore, il desiderio d’indipendenza e libertà, la guerra, la morte. Forse perché morire per le conseguenze di una ferita alla coscia non è come morire colpiti al petto? Ma forse è tutto il Risorgimento italiano, che è vittima di una strisciante damnatio memoriae. Paolo Ramundo ha ragione, possiamo sacrificare il Monumento a Vittorio Emanuele, la patria di marmo. In effetti, quarant’anni fa mi sono laureato in architettura, relatore Ludovico Quaroni, con una tesi che prevedeva la sua demolizione… Magari demolirlo no… Si può spostare in altre parti della città, al Laghetto dell’EUR come ha proposto Paolo Ramundo… Ne ho parlato con lui, e personalmente preferirei una demolizione-decostruzione, farlo a pezzi e destinare ogni pezzo ad una diversa parte di Roma… Il cavallaccio di bronzo schiacciato dal peso del Re del Chiaradia alle Capannelle… Le scalee a Torbellamonaca… Però il Risorgimento è un’altra cosa…. C’è Mazzini, c’è Garibaldi… Ci sono storie straordinarie, come quella di Margaret Fuller, giornalista americana che proprio durante la Repubblica romana conosce e sposa un conte romano di antica famiglia… Caduta la Repubblica, mentre Garibaldi fugge verso Ravenna, Margaret, il suo sposo e il loro figlio fuggono in nave verso gli Stati Uniti… Dopo un lungo viaggio vedono già le coste di New York (dove non svetta ancora la Statua della Libertà), ma scoppia un temporale, la nave naufraga e tutti e tre muoiono… Pianto e successo assicurati! E invece il cinema italiano ignora soggetti del genere! Che ci sia un occhio di riguardo eccessivo verso l’inquilino del Vaticano? Che dall’allegra massoneria dei tempi del Carducci, con i suoi Inni a Satana, si sia passati a un clericalismo baciapile (con occulta massoneria deviata)? Almeno il sospetto mi tormenta… E’ per tutto questo complesso di ragioni che dissento dalle amiche Rina Gagliardi e Vladimir Luxuria e difendo Mameli.
Renato Nicolini