RENATO NICOLINI

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In Arch: cosa non ha funzionato?

brunozeviPer me l’InArch rimarrà sempre associata a Bruno Zevi, la cui voce risuonava mentre salivo le scale della storica sede di Palazzo Taverna. L’idea da cui l’InArch era nata era ottimistica e semplice come il miglior Zevi. L’architettura moderna e la nuova mentalità che ne derivava al posto dell’accademia e dei suoi compromessi. Quali migliori alleati per gli architetti degli stessi costruttori?

Che dubbio poteva esserci che la moralità del costruire, l’esattezza dei calcoli, la possibilità di ridurre i costi rinunciando a decorazione ed orpelli apriva la strada ad una nuova industria edilizia – finalmente libera dalle taglie della rendita urbana ed immobiliare?
Erano gli anni del bilancio della Roma delle Olimpiadi, più sotto il segno del Velodromo di Cesare Ligini che dell’accademia, della lotta per il nuovo PRG di Roma al posto del piano del ’31, della riforma urbanistica non ancora sconfitta. Al di là delle premesse d’ordine generale, nelle sale di Palazzo Taverna regnava del resto la massima libertà di critica. “Architettura cronache e storia”, la rivista di Zevi, percorreva anzi la strada della riscoperta della tradizione, della cauta rivalutazione di figure come Pietro Aschieri.

Ci dobbiamo domandare oggi, a cinquant’anni di distanza, che cosa non abbia funzionato. Perché la rendita, la pigrizia progettuale, la logica del compromesso e degli happy few abbia prevalso.

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