Il partito che non c’è
Il partito che non c’è, è una formula tutta italiana. Nata per esprimere il desiderio – cui Repubblica ha dato voce negli anni di Berlinguer, Pertini, Craxi e De Mita – che al posto del PCI ci fosse un classico partito socialdemocratico europeo, per darle corpo è nato prima il PDS, poi DS, infine il PD. Alla via endogena, dall’interno del PCI, si è accompagnata la via esogena, dall’esterno del PCI: Alleanza Democratica, l’Asinello, la Margherita, tocco bucolico disneyano in quasi imbarazzante evidenza. E una terza via, che ambiva a riunirle: l’Ulivo. Mentre la Destra italiana ha trovato al primo colpo la via d’uscita dalla DC, Forza Italia e Popolo delle Libertà, il partito che non c’è seguita però a non esistere e insieme a incombere come un fantasma sul PD che c’è, quasi questo fosse ancora allo stadio PCI. Dalla crisalide non è nata nessuna farfalla. Lo dimostra la vicenda delle candidature alla Presidenza nelle Regioni italiane. Nelle due Regioni dove l’elettorato di sinistra sembra più motivato e mobilitato, il candidato non è stato espresso dal PD. I candidati sono addirittura simmetrici: Emma Bonino è radicale, all’estremo liberista, Nichi Vendola è il leader nazionale di Sinistra e Libertà, dunque all’estremo opposto. Il fatto che il candidato non sia stato espresso dall’apparato di partito è stato comunque percepito come un grado di libertà offerto all’elettorato, evidentemente stanco di figure autoreferenziali. Sia Nichi Vendola che Emma Bonino hanno un loro storia, e soprattutto danno garanzia sia di autonomia sia di rigore, di capacità di non subordinare gli interessi pubblici né a quelli di partito né a quelli personali. In altre due situazioni, dove sarebbe stato opportuno farsi da parte, Campania e Calabria, il PD si è invece intestardito nell’esprimere propri candidati. La Calabria, dove ha scelto le primarie e Loiero, nonostante un sondaggio pubblicato in prima pagina sul Quotidiano della Calabria desse Loiero largamente perdente contro Scopelliti, e Callipo invece vincente se sostenuto anche dal PD. La Campania, dove è stata l’assemblea regionale ad incoronare De Luca. Ma Loiero e De Luca si possono definire solo con qualche fatica candidati PD, abituati come sono ad entrarne ed uscirne, a dargli ordini piuttosto che eseguirli, a fare soprattutto da soli. A differenza di Emma Bonino e Nichi Vendola, sembrano però incarnare la politica politicata, sia pure nella fase di passaggio dall’eroica militanza alla pura sopravvivenza. La scelta del candidato in Umbria ha rivelato una nuova frattura – non ce ne fossero già abbastanza – nel corpo del PD, tra veltroniani (sconfitti) e franceschiniani – fassiniani. L’ennesimo flop del maggior partito della sinistra italiana (quella che c’è), avviene però in una fase di crescente consapevolezza dell’inadeguatezza del Governo Berlusconi. La crisi morde, la disoccupazione cresce, il terremoto delle borse europee con epicentri spagnolo e greco dimostra che la ripresa è incerta, e comincia ad infastidire anche a destra che il Parlamento si occupi soprattutto degli affari del B. I sondaggi di Pagnoncelli nell’ultima puntata di Ballarò hanno mostrato un’opinione pubblica che non apprezza nè il processo breve né la guerra alla magistratura né tanto meno nuove leggi sui pentiti, la popolarità personale del signor B. è ai livelli minimi, ma quando si passa alle intenzioni di voto il Popolo della Libertà dà dieci punti di distacco al PD. Il problema è politico, o meglio di credibilità della proposta politica. Ancor più rapidamente della vocazione maggioritaria di Veltroni, la strategia di Bersani sembra arrivata al capolinea. Sarebbe opportuno ricominciare dal problema sempre eluso: per quale motivo l’ultima esperienza di governo di Romano Prodi è stata così disastrosa. Non credo di essere il solo a pensare che questo è avvenuto perché quel governo ha deluso le speranze che si erano formate negli anni di Berlusconi. Un Governo che dia priorità effettiva al lavoro, all’occupazione, all’innovazione, alla cultura, alla scuola, alle energie sostenibili. E’ la forza del programma che può vincere, non l’impossibile quadratura del cerchio, prima nella direzione di Mastella e poi di Casini. Il PD sembra accecato dall’anticomunismo predicato a destra, come il cane di Esopo guarda la bistecca riflessa nell’acqua, non fa caso alle statistiche sulla crescita dell’astensionismo a sinistra, motivate da una delusione nei confronti della politica che non colpisce solo il PD, ma tutti gli orfani del PCI, compresi Rifondazione, Sinistra e Libertà, Comunisti italiani. Non è solo questione di schieramento, di quelli che vorrebbero Bonino e Vendola nel PD senza capire che Bonino e Vendola attirano gli elettori proprio perché non sono iscritti al PD. E’ questione di democrazia (primarie o meno, il PD è sotto il dominio dell’apparato quasi fosse ancora stalinista) e soprattutto di capacità programmatica. Scegliere di parlare, in una parola, non al popolo (cioè all’audience televisiva) ma agli studenti, ai precari, agli operai, ai tecnici, agli utenti dei servizi, ai pensionati… Agli interessi concreti in conflitto nella società. Marx o non Marx, PCI o non PCI, esiste ancora la lotta di classe (o comunque la si voglia chiamare).