Il centenario di Ionesco

In Ionesco il significato delle parole è totalmente determinato dalle intenzioni soggettive di chi le usa. Il significante è ormai diventato (dal 1950!) un contenitore troppo stretto, perché sia capace di rendere tutte le sfumature di cui chi parla vorrebbe caricare le sue parole. Dal punto di vista soggettivo, chi crede di essersi espresso con la massima chiarezza si sorprende di non essere stato assolutamente compreso, e questo può provocare in lui violenti scoppi di collera e insulti. Dal punto di vista oggettivo, la diversità delle parole tra di loro si è effettivamente così impoverita, per la crisi della circolarità tra significante e significato, che le parole finiscono per somigliarsi tutte e diventare così intercambiabili. La parola contagia le lingue: la traduzione da una lingua all’altra, può così consistere nella riscrittura della parola così com’è (ma ovviamente con significati che possono essere coincidenti ma anche assolutamente diversi).
Il centenario di Ionesco – bruciando ogni disputa sulle soggettive inclinazioni conservatrici dell’autore – ne rivela l’imprevista attualità. C’era voluto Harold Pinter per fare emergere completamente, resa visibile proprio dalle crepe del linguaggio ordinario, la violenza della società capitalista (si pensi a Party Time) nascosta nell’azzeramento del linguaggio operato da Beckett, per la via opposta a quella aristocratica del Finnegan’s Wake di Joyce. Per Ionesco, è bastato lo scorrere del tempo. Il linguaggio delle sue pieces mi sembra oggi il manuale necessario, l’esperanto, necessario per comprendere la neolingua comune a tutti gli show televisivi, da Ballarò ad AnnoZero all’ Era Glaciale. “Hai detto bianco?” “No, ho detto bianco!”; “Magistratura?” “No, Magistratura!” “Crisi?” “No, crisi!” “Popolo?” “Anche noi abbiamo il popolo!” Possono bastare, come esempi, due brani di Delirio a due. Racconto di una lite furibonda tra un uomo e una donna che vivono insieme da diciassette anni, tutti concentrati su questa, mentre fuori si spara, si lanciano granate, scoppia una rivolta o magari la rivoluzione… Ma a me (impertinenza dell’analogia) hanno fatto pensare a La Russa e Gasparri (faccio questi nomi per vecchia consuetudine antifascista, ma – come è purtroppo evidente a tutti – ne potrei fare anche di esponenti del campo di Agramante del centro sinistra…), o alle furibonde liti su “trans” ed “escort” (si parla della Ford?, ho sentito dire in giro).
LUI Appunto questo ti rimprovero: di aver caldo quando io ho freddo e freddo quando io ho caldo. Non riusciremo mai ad avere freddo e caldo nello stesso tempo.
LEI Non si ha mai freddo e caldo nello stesso tempo.
LUI No. Mai caldo e freddo nello stesso tempo.
LEI La verità è che non sei un uomo come gli altri.
LUI Io? Io non sono un uomo come gli altri?
LEI No. Sfortunatamente non sei un uomo come gli altri.
LUI No, non sono un uomo come gli altri, fortunatamente.
(…)
LEI La tartaruga e la chiocciola sono la stessa bestia.
LUI No, non sono la stessa bestia.
LEI Sì, la stessa.
LUI Ma chiunque te lo dirà.
LEI Chiunque chi? La tartaruga non ha un guscio? Rispondi.
LUI E allora?
LEI La chiocciola non ce l’ha?
LUI Sì, e allora?
LEI La tartaruga e la chiocciola non si chiudono forse nel loro guscio?
(…)
LEI Non ci capiremo mai.
LUI Come ci si potrebbe capire? Non ci capiremo mai. (pausa) La tartaruga ha le corna?
LEI Non ho mai guardato.
LUI La chiocciola le ha.
LEI Non sempre. Solo quando le fa vedere. La tartaruga è una chiocciola che non le fa vedere.
Ogni operazione sul linguaggio – questo ci insegna Ionesco oggi – è un’operazione sulla realtà. Il modo di Ionesco – insufficienza del significante per le pretese della nostra titanica soggettività – non parte da lui, e potrebbe essere interessante almeno tentare di scoprirne gli antecedenti. Penso a Mark Twain, in particolare al suo delizioso racconto sul Ranocchio Saltatore, dove l’umorismo nasce da una traduzione troppo letterale dal francese all’inglese. O al nostro Achille Campanile; alla celebre scena “Acqua minerale?” “Naturale!” “Allora naturale?” “No, minerale”; o alle tre versioni della lettera egiziana scritta con i geroglifici sul papiro, quella di chi la scrive come lettera d’amore, quella della ragazza che la comprende come un insulto, e quella del traduttore trenta secoli dopo, che la trasforma in una meravigliosa poesia. E’ il linguaggio che ci fa guardare dentro le pieghe della realtà, fino a scoprirne la parte nascosta, quella che (come ci insegna il Lacan del Seminario sulla Lettera Rubata di Edgar Allan Poe) “manca al suo posto”. Con buona pace dei teorici del materialismo “scientifico” (storico o dialettico poco importa), ai quali sicuramente preferiamo la compagnia di Ionesco.