I disegni di Paolo Angeletti
I disegni di Paolo Angeletti corrispondono a Paolo, e ce ne restituiscono l’umanità: il carattere analitico, appassionato dell’architettura e della città quanto curioso della vita e della cultura che la animano, ma anche discreto e schivo. Il segno è essenziale – senza cedimenti alle tentazioni della distrazione, ma con un’ombra di riluttanza a lasciare il regno della possibilità (quando il foglio è ancora totalmente bianco). Dopo aver esitato, si manifesta però con sicurezza – come uscisse direttamente dal cervello, come Atena da Giove. C’è un brano dello stesso Paolo, ne “I colori del bianco”, che può chiarircelo. “ Il principio della sottrazione informa di sé l’arte moderna; e, se è vero che questa è maestra di vita, influenza la nostra stessa esistenza, lo stesso nostro modo di essere e di agire. L’educazione dei sentimenti nella nostra epoca è figlia della sottrazione di qualcosa, qualcosa che non si può fare, non si può dire, non si può mostrare. C’è sempre qualcosa che manca, che ci è stato sottratto, che abbiamo volontariamente sottratto. Così è per l’architettura del moderno. Essa ha segnato un punto di non ritorno oltre il quale non si può andare, oltre il quale non si può retrocedere. Così siamo condannati ad ammirare la pienezza dell’architettura classica, ma sappiamo che tale pienezza non possiamo più progettarla. Tutt’al più possiamo progettarne, per così dire, la memoria, il ricordo… “. Questi limiti, che il pensiero con artaudiana crudeltà (“volere liberamente ciò che è necessario”) si è imposto, scegliendo in modo irreversibile di restare sospeso tra quello che può dire e ciò che non sarà più possibile dire, alla maniera dell’angelus novus benjaminiano e del dipinto di Paul Klee, si trasferiscono nella “realtà del pensiero” rappresentata dal disegno. Il segno chiaro e sottile, di matita appuntita, costituisce l’aspetto prevalente con cui i disegni di Paolo si presentano, la loro specificità. Dichiarando immediatamente la volontà di costituirsi come segno di progetto, materiali di un lavoro sempre in progress, mai interrotto, immune quindi per definizione dai virtuosismi della rappresentazione fine a sé stessa. Costituendosi sempre – anche nella varietà delle diverse occasioni che l’hanno provocato – come segno di progetto, astrazione logica: la sua prima relazione è con la pagina bianca, vale a dire un rapporto prevalentemente formale, capace di prevenire ogni sentimentalismo, quello che arriva per la via dell’esaltazione e della retorica, come quello che arriva per la strada proustiana della memoria. Come il bianco è il colore che contiene tutti gli altri, così il foglio bianco contiene tutti i segni destinati a riempirlo. Nei disegni di Paolo lo spazio da cui nascono resta pienamente visibile, immune dall’horror vacui che spinge all’ansia di riempirlo fino ai margini. Il principio della sottrazione, scelta etica, si dichiara anche scelta estetica. Da Wittegenstein estetica ed etica si fondono, come sappiamo, ma già Michelangelo scriveva: “non ha l’ottimo artista alcun concetto / che un marmo solo in sé non circoscriva”. Concetto ridotto a misura d’architetto da Mario Ridolfi professore all’Istituto Tecnico, che insegnava che disegnare è un dono divino, dunque non si può imparare, ma bisogna almeno non sporcare il foglio. Mentre si sottomette allo spazio – istituendo un’analogia tra le relazioni tra architettura e città (o ambiente) e quelle tra segno e foglio – il disegno di Paolo tenta di sottomettere il tempo. Tentando di annullarlo nella fluidità e continuità del segno, ricerca d’immediatezza come condizione del suo carattere di pensiero vivo, che si rimette continuamente in discussione. Rispetto all’astrazione di Luigi Moretti – ricercata dove l’architetto è libero da preoccupazioni funzionali come nella “modanatura” – nel disegno di Paolo l’astrazione coincide invece con l’essenzialità dell’idea, lontana dall’autocompiacimento. L’esattezza nella definizione del contorno della forma raggiunge l’astrazione per la via della smaterializzazione. Sottrarre costantemente qualcosa al disegno lo garantisce dagli equivoci del realismo. L’architettura può narrare (soprattutto, se non esclusivamente) attraverso la definizione che ne darà l’uso che ne verrà fatto nella storia: il progettista deve perciò mantenere aperta, col massimo di rigore (che coincide col massimo della disponibilità alla contaminazione) nella ricerca, ogni virtualità insita nella forma. L’astrazione determinata, araba fenice della formazione dellavolpiana comune a molti studenti di Valle Giulia negli anni Sessanta, finisce, nei disegni di Paolo, col coincidere con il rifiuto dell’estetizzazione fine a sé stessa. La capacità di non perdere tensione, di non allontanarsi mai dal nucleo dell’idea, costituisce come il carattere positivo della “modernità”. Questa grande volontà progettuale diventa capacità di vedere la realtà come qualcosa insieme definita ma sempre in trasformazione, e bilancia il sentimento della perdita e della sottrazione. Con i nostri bagagli leggeri, se siamo obbligati a portarci appresso meno cose, possiamo muoverci con passo leggero e sicuro verso la meta.