Grattacieli a Roma
Grattacieli a Roma, è bastata la parola per ridare vita allo zombi. Non lo zombi aggressivo che si nutre di carne umana di George A. Romero; ma il placido Gongoro, anello al naso e sguardo assente, disegnato da Carl Barks in una celebre avventura di Paperino. L’accidia romanesca insomma, che già grida il suo no. Ma gli interventi contrari, più sono urlati più suonano fiacchi, ripetizione di qualcosa già visto. Al gomito di via Nazionale sorge, per esempio, il Palazzo dell’INAIL di Armando Brasini. Forse perché doveva essere la Casa dell’Aviatore, la sua alta mole è stato subito bollata come “grattacielo” dai conformisti di allora, 1930… Che a Roma non si possa superare in altezza la cupola di San Pietro, è il criterio, più religioso che di gusto. Ricordo ancora il dibattito nell’aula di Giulio Cesare, dove si riunisce il Consiglio Comunale, per impedire che il minareto della Moschea di Paolo Portoghesi strappasse il primato alla Santa Chiesa. Infatti, ne è uscito amputato d’una ventina di metri (Mussolini risparmiò la torre del municipio di Sabaudia, che superava in altezza quella di Littoria…). Limite di San Pietro a parte, i grattacieli a Roma ci sono già, all’EUR. A partire da quei cinque anni, dal 1955 al 1960, che hanno annesso alla città moderna l’incompiuta E 42 di Mussolini (approfittando dell’EUR “zona speciale”, non soggetta al Regolamento Edilizio come il resto della città; ma coordinando gli interventi in un accurato Piano Particolareggiato firmato da Marcello Piacentini e Giorgio Biuso), ridotta a desolato parco a tema della caduta del fascismo, dove papà un paio di volte ci portò in gita la domenica… Il quinquennio 1955 – 60 è la preparazione delle Olimpiadi, e la coincidenza (anche adesso Roma è candidata ad ospitare un’Olimpiade nel 2020) dovrebbe fare riflettere. Inviterei tutti a guardare l’EUR con occhi sgombri da pregiudizi: è la parte di Roma che più ha metabolizzato (sicuramente meglio che a Largo Augusto Imperatore), l’intervento mussoliniano trasformandolo in capriccio post moderno. La misura dell’EUR di oggi è data dal grande complesso per uffici di Luigi Moretti che lo apre come un moderno propileo, dall’altezza dei grattacieli di Dinelli e di Cesare Ligini. E’ questa misura che ha consentito esperimenti di edilizia residenziale tipologicamente variati ma sempre di qualità – dalle ville (in riferimento concettuale a quello che avrebbe dovuto essere Casal Palocco) agli intensivi alle stesse palazzine. E’ una misura che oggi si è smarrita: lo dimostra la sorte del Ministero delle Finanze, capolavoro di Cesare Ligini, da tempo ridotto a scheletro in attesa di demolizione (mentre il Velodromo, sempre di Ligini, è stato fatto saltare con la dinamite). Per fare cassa, una necessità per gli alti costi di costruzione della Nuvola di Fuksas, al suo posto dovrebbe sorgere la Lama di Fuksas e una torre residenziale griffata Renzo Piano Workshop Building (cioè FIAT), che nell’ultima versione sembra parlare il linguaggio “del vetro e del travertino”. All’indecisa goffaggine di scelte continuamente ritrattate, si accompagna l’abitudine dei Sindaci a spararle grosse. Oggi Alemanno, ieri Rutelli innamorato di un “grattacielo alto e snello” che è rimasto tutto nella sua immaginazione. C’è qualcosa di squilibrato in tutta questa storia, a meno di non volerla spiegare attraverso i rapporti tra il Campidoglio e le diverse fazioni in cui si dividono i costruttori romani. Come abbiamo fatto i grattacieli del 1960, bisogna imparare a fare quelli del 2010, smettendo di contemplare il proprio ombelico come fosse il centro del mondo. Una città, percorsa dal flusso globale delle metropoli come Roma, non ha certo bisogno di vincoli e di divieti, tanto meno in nome di un’idea astratta di “bellezza”, che si trasforma in prigione dell’arte e della libertà, alla Sgarbi. Ben venga quindi il grattacielo di Purini e Thermes, che infrangerà per primo il tabù, grattacielo secondo il metro del 2010 che non è più quello del 1960… Ma il grattacielo ha bisogno del progetto. Non (sol)tanto del progetto architettonico, ma del progetto urbano, del rispetto della sua prima regola di accompagnare l’edificio alto con ampie superfici libere da destinare ai servizi (compreso il verde). Per progetto ovviamente non intendo – non siamo più negli Anni Cinquanta – il piano particolareggiato, ma un’idea cui essere coerenti. Le trovate estemporanee possono portare voti e consensi: ma, dopo il doppio movimento del “progetto Fori” e della sanatoria delle borgate di Luigi Petroselli, di idee positive non ne ho più viste molte in giro.