Giancarlo Nanni
La cosa che più mi manca di Giancarlo Nanni, a qualche mese di distanza dalla sua morte, è l’ironia. L’ironia non come tratto distintivo di Giancarlo, che era a tratti passionale e persino collerico, ma come segno distintivo della generazione cui apparteneva, quella nata negli anni Quaranta, che sarebbe morta di vergogna prima di insistere, oltre la misura dell’educazione, sulle proprie opinioni personali. La generazione nata negli anni Cinquanta è già diversa. Naturalmente, la divisione in decenni è indicativa. Voglio dire che, chi è nato durante la Seconda guerra mondiale, ha nel suo codice genetico, assieme al rumore delle bombe e alle discese notturne nel rifugio, un disincanto che lo spinge a evitare le polemiche e a cercare invece la mediazione, ad saper uscire da sé stesso ed a guardare fuori, a saper godere della vita ma anche a saper rinunciare. Chi non è nato in quel periodo, ha un’altra visione del mondo, tutto in qualche modo dovuto, non c’è nell’aria la paura della perdita, compresa la propria vita, e quindi una predisposizione a non sentirsi mai il centro del mondo. La (relativa) centralità della propria persona è qualcosa che si deve continuamente riconquistare, non è data una volta per tutte.
Giancarlo Nanni ci riporta ai primi anni del teatro immagine. Oggi abito vicino a dove sorgeva “La Fede”, nelle mura di Porta Portese. Negli anni Sessanta tutto (o quasi) è stato buttato giù. Una mostra sulle cantine teatrali di Roma – curata da Patrizia Sacchi, Beppe Bartolucci, e Adriano Mordenti – era al centro della “città del teatro” di via Sabotino (autunno 1979, Parco Centrale, incursione fuori stagione dell’estate romana). La mostra fotografava cos’era restato del Divino Amore di Carmelo, del Beat ’72 (allora in fiorente attività), degli altri spazi mitici dell’avanguardia romana.
Con Parco Centrale comincia il mio incontro personale con Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann. Prima di diventare assessore alla cultura a Roma, a teatro andavo decisamente meno che al cinema. Mi accoglieva soprattutto il buio dei cineclub, Filmstudio ’70, Occhio orecchio e bocca, Politecnico. Poi qualcosa era cambiato nei miei gusti, ed in fondo la “città del teatro” era stata progettata come per permettermi di recuperare, con un corso intensivo, il tempo perduto. L’idea era quella di riproporre, nello spazio costruito appositamente da un gruppo di architetti (Franco Purini, Laura Thermes, Duccio Staderini, Peppe De Boni, Ugo Colombari), gli spettacoli più importanti dell’avanguardia romana negli Anni Sessanta. Così nel “teatrino scientifico” che concludeva la “città del teatro” erano state riproposte “Le centoventi giornate di Sodoma” di Giuliano Vasilicò; nella città era arrivato il Camion bianco di Carlo Quartucci e Carla Tatò, e le carrozze partite da piazza Mazzini di una rievocazione dumasiana di Mario Ricci. Memè Perlini ci aveva proposto una messa in scena degli “Uccelli” di Aristofane (tra gli attori Victor Cavallo), attraverso una serie di televisori adagiati sul prato della metà dionisiaca della città, che gli spettatori potevano vedere percorrendo una serpentina – muretto che la divideva in due. Pippo Di Marca ci aveva proposto una riflessione su Marcel Duchamp, Renato Mambor un “allevamento di campi di calcio”…
All’altra estremità di via Plava, opposto al “teatrino scientifico”, era risorta “La Fede” di Giancarlo e Manuela. Risorta, nel senso che era stato costruito una sorta di calco della Fede, il volume interno cui si accedeva da Porta Portese. Ma nella Fede non accadeva nulla. La Fede era ermeticamente chiusa. Dal suo interno, si sentivano le voci di due attori di Giancarlo che lo abitavano, Dominot e Massimo Fedele. Parlavano tra di loro e ripetevano spesso “Alice non abita più qui”. Questo intercalare era il messaggio. Un messaggio amaro, che voleva dire che non si possono rimettere indietro le lancette dell’orologio, che non si può riallacciare quello che si è interrotto, spezzato. Insomma, una critica alla “città del teatro” non meno esplicita di quella di Carmelo Bene e di Leo De Berardinis, che si erano rifiutati – con motivazioni diverse – di parteciparvi. Poi, l’ultima sera, sono arrivati Giancarlo e Manuela in Rolls Royce bianca. Scesi dalla macchina, Manuela è scappata, come se fosse all’inseguimento del Coniglio Bianco, è scomparsa, è riapparsa sul tetto del teatro scientifico, accanto all’albero che l’architetto Purini aveva voluto come suo coronamento… Credo di aver spiegato, raccontando cos’era “Alice non abita più qui”, l’ironia tutta particolare (un modo di resistere all’eccesso di passione) di Giancarlo e Manuela…
Quello stesso anno, qualche mese prima, Giancarlo Nanni aveva affrontato il pubblico cinematografico di Massenzio, nella sua ultima edizione all’interno del monumento che gli aveva dato il nome. Poi sarebbero venuti Massenzio ai Fori, Massenzio al Colosseo, Massenzio al Circo Massimo. Nel ’79 il pubblico di Visioni (così si chiamava quell’edizione di Massenzio) aveva superato ogni nostra previsione. Il testo che Nanni aveva scelto Billy the Kid, aveva un bel nome cinematografico… Ma l’incontro era stato contrastato, non sempre felice… Quella difficoltà credo corrispondesse alle sue previsioni. Era un cimento ricercato e voluto col mutare del gusto del pubblico.
In fondo, che cosa c’era alla base del teatro immagine, della scuola romana degli Anni Sessanta, se non la volontà di conquistare al teatro un nuovo pubblico, che non s’identificasse con gli abbonati delle prime al Valle, all’Eliseo, al Quirino e all’Argentina, e nemmeno col repertorio Shakespeare – Ibsen – Pirandello? Pirandello chi? intitolava provocatoriamente il suo spettacolo Memè Perlini, che aveva iniziato il suo percorso teatrale come attore di Giancarlo Nanni – come Brucaliffo… Anche Pippo Di Marca aveva iniziato a recitare con Giancarlo, ne L’imperatore della Cina che ci ha riproposto – con un involontario effetto di omaggio alla memoria di Nanni – proprio quest’anno. Riproposizioni, antologia, rivisitazione, memoria… Sarebbe sbagliato negare che non ci fosse questa tentazione anche il Giancarlo Nanni. Non ci ha forse riproposto Alice negli anni Duemila, proprio dal suo nuovo teatro, il Vascello? Ma bisogna aggiungere che Giancarlo ha molto resistito prima di arrendersi alla citazione di sé stesso, alla rivisitazione di quello che era.
La sua caratteristica essenziale era, infatti, la volontà di non contentarsi di ciò che aveva raggiunto, ma di rimettersi sempre in gioco nel tentativo di ottenere di più. Giancarlo Nanni è stato il primo regista dell’avanguardia romana a tentare di espugnare, non solo il pubblico di Massenzio, ma quello (forse ancora più refrattario alla sua idea di teatro…) del Quirino di Roma e del giro ETI. Ricordo un suo Cimbelino da Shakespeare, adattato per via di torre, scarnificando il testo fino alle battute essenziali (penso ad alcuni aspetti del teatro di Carmelo). Ed è stato anche uno dei primi a comprendere l’inutilità sostanziale di quel gioco, proponendo qualcosa di diverso, uno spazio teatrale d’avanguardia che finalmente uscisse dall’ideologia delle cantine, il Teatro Vascello. Un vero teatro, per il cui progetto Giancarlo aveva chiamato un architetto raffinato quanto moderno, pronto ad usare le tecnologie più moderne, come Nino Dardi. Ho sognato molte volte di un museo vivente del teatro a Roma (un rovesciamento ironico del Living Theatre) che offrisse come repertorio gli spettacoli migliori dell’avanguardia romana, da Nanni a Perlini a Vasilicò a Ricci a Quartucci a Carella ad Orfeo… Ma questo museo non c’è, e dunque la cosa che più può mantenere vivo il nome di Nanni è proprio il Teatro Vascello, la cui gestione è passata a Manuela.
Il Teatro Vascello, considerato da un certo punto di vista, è l’ultimo clamoroso spettacolo di Giancarlo Nanni. Dove lui si contentava di marginali apparizioni come regista (lo splendido Marx a Roma, che mi pare di avere – inutilmente – votato per qualche premio Ubu), concentrandosi sulla sua gestione. Ad un certo punto, il cartellone del Vascello era diventato – anche per concomitanti difficoltà del Valle – il cartellone dell’avanguardia e della sperimentazione italiana. Un po’ nel segno della perdurante eredità di Beppe Bartolucci (la Raffaello Sanzio, Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa, Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi…) ma anche nel segno di nuove scoperte, sempre in un legame più stretto con la comunicazione e con le arti visive (Antonio Rezza).
L’ultima battaglia di Nanni è stata per il Vascello, contro l’inedito problema rappresentato dalla crescita eccessiva del Teatro di Roma, che si divideva tra Argentina, India e Teatri di Cintura. Nanni ha avuto il merito di ricordare a tutti noi che anche l’eccesso di concentrazione di poteri nel teatro pubblico può contraddire quella che dovrebbe essere l’ispirazione fondamentale del teatro pubblico, garantire pluralismo e vis polemica delle istituzioni… Poteva meglio assicurarla, nell’Italia degli Anni Duemila, regole teatrali uguali per tutti, alle quali anche il teatro pubblico avrebbe dovuto sottostare. Sono fiero di essermi schierato con Giancarlo nel corso di quella polemica. Il teatro come valore condiviso, come passione comune, come fonte di immaginazione e laboratorio di creatività, non ammette monopoli. I valori destinati a rappresentarci tutti, dal punto di vista culturale, possono affermarsi solo attraverso la piena autonomia di ogni artista, ed il conflitto delle opinioni. Grazie Giancarlo, per quello che hai fatto per tutti noi in questa direzione.