Ebdomadario 31 maggio
1.
Quella di Berlusconi è stata una sconfitta culturale, se diamo alla parola cultura il significato che dovrebbe avere, concezione del mondo, stile ed ideali di vita, qualcosa che partendo da lì ci influenza fin nei nostri comportamenti quotidiani.
Le vittorie di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, di due figure tra di loro così diverse, hanno in comune la base da cui sono nate. Il rifiuto – culturale – dell’ultimo atto della rivoluzione culturale berlusconiana. Approdata dall’elogio del privato alla paradossale esaltazione del “demerito” e dell’illegalità.
La rivelazione – col caso Ruby – delle ragioni per cui Nicole Minetti era diventata consigliere regionale, cos’altro era se non l’irrilevanza di ogni ragione di merito nella selezione dei rappresentanti politici, rispetto agli interessi personali del potente? Caligola, con maggior senso dell’ironia, faceva senatore il proprio cavallo…
Sulla stessa lunghezza d’onda, il manifesto Lassini “via le BR dalle Procure”…
2.
Sconfitta “culturale” anche perché è stata soprattutto una sconfitta dello stile di vita e dell’ideologia berlusconiana – quella che era arrivata a fare e meno prima di Casini, poi di Fini – arruolando Scilipoti e “responsabili” come se la politica fosse solo questione di numeri…
Maturata in assenza di un’alternativa politica definita. A Milano, a Cagliari, a Napoli a questo hanno supplito i candidati sindaci. Che hanno messo sul piatto, prima ancora dei loro programmi, le loro personalità. Dunque, ancora una volta, un fatto culturale. Anzi, fatti culturali non sempre coincidenti: la riflessività ed il garantismo di Pisapia – che informano ogni suo comportamento ed ogni sua parola. La capacità – all’opposto – di De Magistris di coinvolgere i suoi sostenitori, di entrare in empatia con loro, anzi in diapason, di trarre reciprocamente il meglio dal loro rapporto.
I candidati piuttosto che i partiti… Dunque un processo politico aperto, che inizia adesso, analogo agli “indignados” in Spagna (e in Grecia), al vento del Nord Africa… Qualcosa da cui sarebbe un errore difendersi rinserrandosi nelle identità di partito (PD, IdV, SeL) ma che va secondato e da cui si deve cercare di trarre ogni vantaggio possibile, facendo corrispondere la forma politica alla sostanza.
3.
La sconfitta culturale berlusconiana sembra del resto innescare un processo di diaspora politica soprattutto nella destra. Di separazione di ciò che si era forzosamente unito col discorso del predellino. Bondi da una parte, dall’altra Verdini, falsi poeti ed improvvisati banchieri… Scajola ancora da un’altra… Figure come la Moratti improvvisamente ridicolizzate e smarrite… Tentazioni autonomiste non solo all’interno della componente ex Forza Italia, ma soprattutto degli ex AN… La Polverini (e Scopelliti) tentati di fare da soli… Il crollo di figure come Gasparri e La Russa, da tempo macchiette televisive
4.
Ci può essere un ago della bussola, con cui orizzontarsi? Qualcosa di più raffinato delle aperture a Casini (o della constatazione, che va di pari passo, che la destra sopravvive dove, come in Calabria, si allea col centro di Casini – i casi opposti di Crotone e di Cosenza insegnano…)?
Io penso che possa essere la cultura. La causa del declino economico e politico italiano ha proprio le sue radici nella questione culturale.
Come abbandonare radicalmente (ma già l’estate romana, a ben vedere, lo faceva) le vecchie forme dell’intervento pubblico come assistenzialismo, mancia e privilegio?
Come ridare competitività e pluralismo alle grandi istituzioni della cultura italiana? (l’ultimo caso è il miserando sputtanamento del Padiglione Italia operato da Sgarbi a Venezia, applicando alla Biennale le formule salottiere dell’intrattenimento pubblicitario televisivo, porta un amico in Vodafone diventa porta un artista in Biennale; ma Totti è infinitamente meglio di Sgarbi…)
Come restituire autonomia e prestigio all’Università umiliata e trasformata in un inferno burocratico dalla Gelmini (una legge che richiede centinaia di decreti delegati al Governo per funzionare)?
Come richiamare in Italia i cervelli fuggiti, cominciando dal rilancio del CNR?
Come recuperare la cultura del progetto e del controllo del territorio?
Si parla tanto a sproposito di sussidiarità (vedi il caso Roma, dove si profila un asse di ferro Zetema – Emanuele Emmanuele per mettere sotto controllo privato Musei Comunali, MACRO, MAXXI, Palaexpò, Villa Borghese e Villa Torlonia). Si può tornare a discutere nel merito dell’autonomia e del carattere pubblico da cui dovrebbe partire ogni “esternalizzazione” delle aziende culturali pubbliche?