E’ possibile una teoria dell’architettura?

Ho cominciato questa lezione raccontando la “barzelletta dell’architetto”. Lo faccio sempre quando inizio un corso. Dopo però collego la barzelletta ad una storia raccontata da Adolf Loos (in “Parole nel Vuoto”, ed.Adelphi) a proposito del suo soggiorno a New York, molto giovane, completata la sua formazione d’architetto. Anche Loos è stato precario, per sbarcare il lunario ha fatto la comparsa nella “Carmen”, si è improvvisato critico musicale… Quindi, i mali di oggi sono esistiti anche in altri tempi.
E’ possibile una teoria dell’architettura?
Il primo teorico dell’architettura è stato Vitruvio (che non lo ha fatto disinteressatamente, ma per accreditarsi così presso Ottaviano Augusto). Aveva costruito solo un edificio a Fermo, sperava in altre committenze. Non le ha avute, ed il suo testo è stato dimenticato. Di Vitruvio ad esempio non parla Isidoro da Siviglia. Esistono dei trattati sulla storia delle teorie dell’architettura (ne ricordo uno pubblicato da Laterza, di un autore del Nord di cui mi sfugge il nome; c’è l’antologia di Françoise Choay; c’è soprattutto Teorie e storia dell’architettura di Manfredo Tafuri), a cui si può ricorrere per saperne di più. Io salto alla riscoperta di Vitruvio da parte dell’Umanesimo.

Leon Battista Alberti scrive il De Architectura. Lo scrive in latino, e senza nemmeno una figura. Per l’umanista integrale, l’attività nobile era la parola. Disegnare era qualcosa d’inferiore (si interrompe così una tradizione, documentata ad esempio da una importante mostra curata da Carlo Galluzzi, sugli ingegneri dell’umanesimo, Francesco Di Giorgio Martino, Brunelleschi, in cui il disegno sostituiva spesso la parola). Dopo l’Alberti, abbiamo il Vitruvio illustrato dal Cesariano, i trattati di Palladio, Serlio, Scamozzi, Vignola…
Possiamo dire che – tra Umanesimo e Palladio – si afferma una teoria dell’architettura che si credeva inattaccabile. Genera il palladianesimo in Inghilterra, negli Stati Uniti (Jefferson). Si prolunga in Francia (Blondel).
Il presupposto di questa teoria è la relazione architettura-natura espresso dall’epitaffio del Bembo sulla tomba di Raffaello al Pantheon. (“Ille hic est Raphael, timuit quo sospite vinci rerum magna parens, et moriente mori”) (Quello è Raffello, temette – lui vivente – di essere vinta la natura, e morendo lui di morire).
Già nell’architettura dell’illuminismo (Kauffman), e prima ancora in Piranesi, questa coincidenza smette di essere tranquilla, si esalta il paragone non più con la natura ma tra antichi e moderni… Si formano nuovi miti (la capanna del Laugier, la classificazione del Durand)…

La teoria dell’architettura muta. E’ in quegli anni che emerge (Quatremere De Quincy, e poi il commento di Argan) la teoria della tipologia edilizia. Il tipo è distinto dal modello. Il modello si imita, il tipo va interpretato.
Possiamo dire che con il concetto di tipo, e con Piranesi, si rompe l’armonia.
Da allora la teoria dell’architettura è piuttosto una probabilità, una possibilità, che non una certezza. Oggi la teoria è necessariamente aperta, ma portiamo con noi (come l’Angelus Novus di Benjamin) sospinti dal vento incessante che ci porta verso il futuro, la nostalgia della teoria perfetta ed autosufficiente.