RENATO NICOLINI

il blog ufficiale di Renato Nicolini

Cos’è lo stile in architettura?

Mel’nikov

Per molto tempo ho pensato che l’obiettivo più importante per un architetto fosse raggiungere un proprio stile. I miei progetti da studente erano ispirati ad un dichiarato formalismo. Il progetto mio, di Gianni Accasto e di Vanna Fraticelli (con Maurizio Ascani e Nina Ravelli), per la nuova città universitaria di Roma a Tor Vergata consisteva in un unico grande piano inclinato. Da questi si scendeva (anche per otto piani) ai Dipartimenti, struttura unica per la didattica e la ricerca. Per l’esame di Composizione V presentai dei disegni con l’inchiostro di china bianco, che spiccava meglio sui fogli Blu Klein. La mia tesi di laurea doveva consistere nel giustapporre piccoli interventi moderni al Monumento a Vittorio Emanuele del Sacconi. Poi ho finito (allora non c’erano gli strumenti digitali di oggi, e mi spaventava la prospettiva del rilievo del Monumento come sfondo di ogni tavola di progetto) per demolire tutto e realizzare una sorta di monumento neocostruttivista, basato sull’omologia di due parallelepipedi scanditi da cerchi…

La motivazione di questo formalismo aveva due aspetti. Da un lato il fascino dell’architettura degli anni Trenta, specialmente quella del costruttivismo russo (Mel’nikov, El Lisitski, i Vesnin, Golosov, Tatlin, Malevic…), ma anche il segno puro che diventava volume in Libera. Dall’altra la lettura della Critica del Gusto di Galvano della Volpe, desumendo, forse con qualche arbitrarietà, dallo specifico filmico lo specifico architettonico. La qualità architettonica degli edifici non dipendeva dai loro aspetti ideologici, dalle motivazioni politiche spesso contraddittorie se non inesistenti o strumentali, ma dallo specifico. Era questo che aggiungeva qualità effettivamente all’architettura. Senza l’apporto specifico, non verbale e non ideologico, del linguaggio architettonico, dominavano gli aspetti esteriori del programma edilizio, il significato ideologico, propagandistico nel peggiore dei casi. Galvano della Volpe era allora famoso tra di noi anche per la sua replica ad un osservazione sul carattere borghese di un film. “Borghese? Sì, ma arte. Non confondiamo l’aggettivo con il sostantivo ”. Un documento abbastanza fedele di queste mie riflessioni di allora dovrebbe essere costituito dalla voce Stile, non ricordo se redatta da me o da Vanna Fraticelli, sul Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica diretto da Paolo Portoghesi (che l’editore Gangemi sta ristampando).

Rimasi perciò piuttosto colpito leggendo il celebre Punto e capo per l’architettura di Edoardo Persico. Scritto negli anni Trenta, è il testo più importante di questo singolare intellettuale, che, partito come critico d’arte (non senza un’esperienza precedente – vissuta cattolicamente come esperienza della grande massa – di lavoro operaio alla FIAT), diventa caporedattore e poi condirettore della Casa Bella di Giuseppe Pagano, architetto (sua è la bellissima Sala della Vittoria alla Triennale del ’36). Persico scrive, in particolare, che il punto più alto consentito alla sua generazione è quello di inaridire in una questione di stile.

Tra il concetto di stile di Galvano della Volpe e quello di Persico c’è evidentemente una profonda differenza. Per capire, possiamo partire da una riflessione su un altro celebre testo polemico dell’architettura del Novecento, Ornamento è delitto di Adolf Loos. L’ornamento, che rende l’uomo simile ad un selvaggio, ed ha analoghi effetti negativi sull’architettura (Loos lo affermava in polemica con la Wagnerschule, l’Art Nouveau, lo Jugendstil…), non significa rinuncia alla cura dell’aspetto pubblico di un edificio. Tutt’altro! Ma, piuttosto che dipingere il legno, si tratta di farne risaltare le venature naturali… Per questo, nella celebre casa sulla Michaelerplatz, Loos riduce al minimo la presenza delle colonne, e punta sul valore decorativo in sè del marmo a vista… Loos – nello stile di un altro celebre viennese, Karl Kraus –contrapponeva, nella rivista Das Andere (L’altro) al gusto tedesco (mangiare tre piatti mediocri), il gusto anglosassone: un solo piatto ma squisito. Lo stile in cui si inaridisce è quello che cede all’ornamento… E tuttavia, c’è forse qualcosa di più profondo nell’ammonimento di Persico.

Se lo stile è inteso (formalisticamente) come una cifra comunicativa, come una sorta di griffe che preesiste all’opera ed a cui questa deve subordinarsi e adeguarsi, il risultato non può che essere negativo. Lo stile, il linguaggio, deve essere la conquista di ogni singolo progetto, non può preesistere idealisticamente ad esso.

Qualcosa di simile lo dice quello che forse è il più grande architetto del ‘900, Louis Kahn, a proposito della volontà dell’edificio. L’edificio ha una sua volontà autonoma, di cui ogni volontà preesistente, fosse anche quella dell’architetto, deve tenere conto.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.

Pages

Recent Comments