RENATO NICOLINI

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Città senza nome

rossi-citta-analogaVorrei partire da una riflessione di Elias Canetti, sul significato del “dare un nome” alle cose. Canetti segue la tradizione occidentale (originata dalla cultura ebraica), espressa dal “logos” del Vangelo di San Giovanni come origine del mondo. Solo nominando una cosa quella esiste pienamente. E’ ancora vero questo nell’epoca della proliferazione delle immagini (qualcosa che ha rovesciato il ricorso all’immagine come base dell’ “arte della memoria”) ?

Ancora: può essere vero il contrario? Voglio dire, nel momento in cui una cosa perde il suo nome, questa cessa di esistere?

Esaminiamo il caso della città. In primo luogo, guardando la città dalla campagna… Oggi è difficile distinguere tra città e non città. Sono lontani tempi della radicale opposizione engelsiana (Engels, chi era costui?), tra città e campagna. In molte zone del paese, di carattere diverso tra di loro, dal Nord Est alla città continua tra Rimini e Pescara alla periferia milanese alla provincia di Roma, la conurbazione è continua. La “non città” si insinua in mezzo agli spazi costruiti, ma non si può più definire campagna…

Questa tendenza è destinata ad aumentare. Il piano casa annunciato dal Governo, i piani regionali che ne sono derivati, la soppressione della PARC: sembra che l’Italia non abbia altra possibilità a breve di ripresa economica che nella costruzione. Il caso del Lazio: l’autostrada Roma – Latina, la nuova pista di Fiumicino, il corridoio tirrenico… La distruzione dell’agricoltura e del paesaggio.

Guardiamo la città dalla città. Il caso più clamoroso è la perdita di qualità e di ruolo degli spazi pubblici. Da luoghi d’incontro a luoghi dell’insicurezza.

La strategia non può che partire dalla qualità. Progettare la qualità significa riconvertire la tendenza dell’edilizia italiana nella direzione della ristrutturazione piuttosto che delle nuove edificazioni. Il suolo deve essere considerato come un bene ormai scarso.

Bisogna nello stesso tempo essere consapevoli del valore costitutivo della sorpresa, del meraviglioso, dell’imprevisto, nelle città. E’ questo che alimenta il fascino degli spazi pubblici, refrattari all’uso del “principe” a fini di propaganda. Questo rende particolarmente complessi i progetti di recupero del valore collettivo degli spazi pubblici. Anche qui ritorna Elias Canetti, le sue riflessioni espresse in “Massa e potere”. Lo spazio pubblico (penso al valore simbolico dell’Estate romana come reazione al clima degli anni di piombo) non si afferma attraverso un modello di comportamento, ma quando consente aggregazioni in cui l’individuo non si annulla nella mitologia della collettività – ogni individuo vive lo spazio pubblico in modo differenziato.

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