Che ci faccio nel PD. Una risposta ad Alberto Abruzzese
l’Altro 29 Luglio 2009
Alberto Abruzzese ha almeno in parte ragione a domandarsi che ci faccio nel PD. Me lo sono domandato anch’io, tant’è vero che mi sono iscritto – pur essendo membro della sua Costituente Nazionale – l’ultimo giorno utile per aver diritto di voto al Congresso. Un Congresso dalle regole rococò, all’insegna dell’horror vacui mediatico. il segretario non sarà eletto dal Congresso, ma dalle primarie previste la settimana successiva tra tre candidati. Però questi tre candidati sono stati già scelti prima del Congresso… Dunque, un Congresso inutile? Può essere salvato solo da una discussione sincera, che inutile non è mai. Che siano sincere le pagelle della Serracchiani, come l’alleanza Letta Bersani, o la confluenza di Rutelli dietro Franceschini non lo giurerei.
In fondo resto in campo perché ho una mia idea di PD, l’ho avuta molto prima che si cominciasse a parlare di PD, e molto prima che Occhetto pensasse di risolvere il problema dell’anomalia della sinistra italiana cambiando nome al PCI. A che serve cambiare nome, se il carattere resta lo stesso, inguaribilmente centralistico, con le burocrazie periferiche che corrono in soccorso del centro… Sono quarant’anni che sogno un partito in cui il dissenso non sia un demerito ma un pregio, un partito democratico modellato sulle grandi lotte sindacali, universitarie e per i diritti civili degli anni Sessanta e Settanta…
Voglio porre ai tre candidati ufficiali alcune domande. Cominciando proprio da questa: se ritengono che la condizione necessaria per avere in Italia una sinistra politica dei nostri tempi, non più passiva né melliflua, non troppo astuta né troppo compromessa sia una chiara vocazione libertaria. Il paradosso del Duemila è in fondo ancora quello del Novecento, descritto così bene da Musil: ci definiamo e crediamo di essere tutti individualisti, eppure i comportamenti della società cui apparteniamo sono statisticamente prevedibili. Il paradosso non si risolve indossando l’uniforme per un’ancora più colossale Azione Parallela, ma lasciando sviluppare i conflitti. Governarli non significa né negarli né cancellarli, ma aiutarli a crescere senza implodere distruttivamente. Affrancandosi dell’altro paradosso del Novecento: la scoperta di Vilfredo Pareto che il consenso non premia le idee giuste ma quelle più conformiste, costruite sulla misura della maggioranza. Quando questa maggioranza si scopre conflittuale, arriva il 25 luglio per Mussolini e quello che sarà per Berlusconi…
La concezione della cultura è decisiva. La cultura muore come liberazione e si trasforma nell’arma più potente del regime, la propaganda, se ridotta a scenario per accrescere il consenso, soprattutto nella forma di tappeto rosso buonista. La sua capacità di rinnovamento, la sua forza simbolica, è direttamente proporzionale alla sua autonomia, dunque alla sua scomodità per il potere. Questo vale per lo spettacolo come per i musei, per le mostre come per l’università, per la formazione come per l’intrattenimento… Ne deve conseguire la fine della lottizzazione spartizione della RAI, dei Consigli di Amministrazione dei Teatri pubblici e degli Enti lirici, della gestione del cinema pubblico… L’uso del denaro pubblico deve coincidere con l’indipendenza e l’autonomia della gestione, sottoposte a valutazioni altrettanto indipendenti…
Non sono indipendenti le valutazioni delle Università italiane (che hanno fatto gridare, ahimè!, Corriere e Repubblica nientemeno che alla “rivoluzione”…). Bella rivoluzione, valutazioni basate sui dati 2001-03, e su parametri improvvisati e discutibili… Parametri che mescolano un po’ tutto, didattica, ricerca, fuori corso ed occupati dopo la laurea…Mi ricordano quegli avvisi pubblici per iniziative culturali per le quali è prevista una valutazione al centesimo di punto…I risultati sono tanto più addomesticati quanto più sofisticati sono i parametri adottati, capaci persino di negare l’evidenza… Il gioco è anche di mettere tutti contro tutti, i teatri di prosa contro i teatri lirici, i giornali e la televisione educativi contro l’intrattenimento…
La seconda domanda a Bersani, Franceschini e Marino è quantitativa: nella loro concezione, il PD si impegna a destinare ad Università e ricerca un percentuale vicina alla media dei paesi OCSE (3% del PIL) anziché all’attuale 0.80% ? E la spesa per cultura (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) deve passare o no – nel loro programma – dall’attuale 0.08% a quell’ 1% che è stato il cavallo di battaglia della Francia di Mitterrand e Jack Lang? E sono pronti a battersi per mantenere in vita la PARC – la direzione generale per il paesaggio e l’architettura contemporanea – che sta per essere soppressa, e per sostituire il dissennato piano casa con un piano che abbia tre caratteristiche: messa in sicurezza degli edifici, restauro del paesaggio, densificazione dei centri urbani?
Non la faccio più lunga, avrò modo di tornare su questi argomenti. Ma è dalle loro risposte che dipenderà la mia posizione al congresso. In termini di tessere, non sono una gran cosa: ma, per una curiosa serie di circostanze, al mio nome è associata una delle poche esperienze di governo della sinistra italiana guardata ancora oggi con rimpianto ed affetto, non solo dalla sinistra. Una circostanza su cui i novelli strateghi della conquista del centro dovrebbero meditare…