Carlo Aymonino, Guido Canella ed Aldo Rossi all’ AAM
“Guido, i’ vorrei che tu, Aldo ed io…”. La parafrasi del verso dantesco è qualcosa di più di una citazione colta in epigrafe alla bella mostra che ha riunito all’A.A.M. di Francesco Moschini disegni di Carlo Aymonino, Guido Canella ed Aldo Rossi. Ce ne fornisce la chiave, uno sguardo – tenero con una punta auto ironica – indietro nel tempo, fino alle origini della tendenza, quando ancora non si era confusa – perdendo la propria specificità urbana e la propria coscienza moderna - nel grande mare post moderno della storia come amica. Un’età favolosa come l’origine e l’infanzia, come probabilmente era anche il dolce stilnovo agli occhi di Dante maturo mentre scriveva la Commedia (condannando Guido Cavalcanti all’Inferno). All’inferno Francesco Moschini e Gabriel Valduga (che assieme a lui ha curato la mostra) non condannano nessuno; invece riuniscono, componendo fratture e divergenze che oggi sembrano di poco momento (come i celebri pugilati nei locali notturni milanesi tra Aldo (Rossi) e Guido (Canella) tra alcol e liti politiche a sinistra). Le polemiche cedono alle affinità, mentre un po’ di malinconia nasce dallo scarto tra le grandi speranze di allora, e i risultati – che sarebbero diventati ancora minori, con progressione geometrica inversa, per la generazione successiva, quella dei loro allievi – nel passaggio dal progetto alla costruzione. Aymonino, Canella e Rossi si rivelano comunque tutt’altro che “architetti a cui basta il disegno”, compiaciuti della propria “architettura disegnata”. Un fenomeno che in Italia è sicuramente esistito, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (Massimo Scolari – che scopre all’inizio degli anni Settanta, durante un giro di conferenze per le Università americane, di poter vendere i propri raffinati acquerelli partendo dal prezzo di mille dollari – , Arduino Cantafora, Dario Passi…); ma da cui i tre grandi vecchi dell’A.A.M. divergono sufficientemente, se non totalmente. Carlo Aymonino, (“fiamma d’amore m’arse nel petto / ero pittore, divenni architetto”, ama ripetere) lavorando tra Roma e Venezia, è tornato spesso su un’idea, che a me sembra complementare al Giardino d’Inverno realizzato all’interno dei Musei Capitolini per dare una sede degna alla statua originale di Marc’Aurelio: la ri-costruzione del Colosso, da cui il Colosseo prende il nome, proprio accanto all’Anfiteatro Flavio. Un’idea filologicamente corretta, che offre la scala giusta per leggere il monumento romano; mentre contemporaneamente non si vergogna (penso al progetto non realizzato di copia visibilmente moderna del Marc’Aurelio – da eseguire con curve di livello non raccordate – per il piazzale michelangiolesco, dove invece oggi mostra la propria trionfante bruttezza un simulacro kitsch dell’originale) della propria natura di opera contemporanea. Messa in evidenza nella mostra, il disegno architettonico del Colosso sembra costituirne il centro ideale: la convinzione di un’unità profonda dell’architettura, di una sua continuità attraverso le diverse epoche storiche accettando l’irreversibilità della Storia. Un analogo spirito battagliero, da progettista militante niente affatto accademico (nonostante sia succeduto a Carlo Aymonino alla presidenza dell’Accademia di San Luca) ci comunica la sala di Guido Canella. La sala conclusiva dedicata ad Aldo Rossi è (inevitabilmente) sotto il segno della malinconia. Visitandola, diventa più acuto il rimpianto per quello che la tendenza poteva essere e non è stato. Forse frenata da un’idea un po’ austera dell’abitare, come poteva concepirla il razionalismo di chi nei suoi vent’anni ha attraversato la guerra. Anche Eduardo De Filippo, in Napoli milionaria, se scrive con un’acutezza che ancora oggi colpisce che “la casa è un poco anche tutta la città”, limita i divertimenti che la città offre alla passeggiata guardando le vetrine, notando qualche oggetto e decidendo di risparmiare i soldi per poterselo acquistare… Il vento dell’effimero degli anni Settanta avrebbe dovuto scompaginare maggiormente la razionalità del modo con cui lo spazio collettivo della città ancora oggi viene intesa. E tuttavia, il retrogusto finale che la mostra lascia è comunque quello del piacere di una visione della città e del progetto di architettura in cui non tutto è ridotto allo spettacolo delle archistar, ad orpelli e lustrini, oggi delittuosi non meno che ai tempi di Adolf Loos. Proprio Aldo Rossi ha scritto, nella sua Autobiografia Scientifica, che l’architettura è la scena fissa della vita. Come la scenografia non deve sopraffare l’azione teatrale, così l’architettura deve rispettare la libertà imprevedibile della vita, lasciarla scorrere senza ostacolarla. Nel tempo trascorso tra la scrittura di questo testo e la sua pubblicazione, anche Guido ci ha lasciato. Un po’ di Guido, come prima di Aldo, è però rimasta tra di noi, nell’anima dei loro disegni e delle loro opere. La seconda vita dell’artista. “Guido, i’ vorrei, che tu ed Aldo ed io…”, acquista però inevitabilmente un senso di maggiore malinconia.