RENATO NICOLINI

il blog ufficiale di Renato Nicolini

B(a)r(i/a)cconate

baricco

Che rispondere a questo Baricco? Credo di avere scoperto la ragione principale del suo scritto. L’ ambizione letteraria. Pasolini aveva scritto abolire la TV e la scuola dell’obbligo? Ed ecco Baricco proporre il contrario: sopprimere il teatro, e destinare i soldi risparmiati dallo Stato a TV e a scuola. Per Pasolini, l’omologazione provocata da TV e scuola dell’obbligo avrebbe provocato un genocidio culturale, cancellato, assieme ai dialetti, tradizioni e diversità. Baricco rovescia Pasolini, non si preoccupa del pluralismo delle idee che lo spettacolo dal vivo garantisce. Del resto, chi va più a teatro? Giusto i vecchi… Aggiungerei che questo scopo l’ha fallito. Non sarà il nuovo Pasolini a testa scambiata. Nonostante lo spazio con cui “Repubblica” ha lanciato le sue tesi, Eugenio Scalfari si è affrettato a resettare il dibattito: “chi storce il naso di fronte ad un sì fatto progetto è a mio avviso un cretino (…) chi l’accetta scambiandola per un’entusiasmante trovata è un poveretto ”. La nuova Sibilla, tra Scilla e Cariddi…

Baricco è il nuovo Pangloss? Sicuramente vive nel migliore dei mondi possibili. Il Governo sta tagliando il FUS (e non solo)? Baricco ci spiega che sta facendo bene. Scalfari se ne accorge e l’invita a correggersi: “… forse (questa proposta) piacerebbe al ministro Bondi, che sta facendo scempio dei beni culturali”. Scalfari poteva togliere il forse, perché Bondi, proprio nella pagina accanto, dichiara che “un piccolo passo è stato fatto: l’idea di limitare il finanziamento diretto, per esempio in un settore come il cinema, e di prevedere invece sistemi di defiscalizzazione degli investimenti, come il tax credit…”. Poi Bondi sbotta nello j’accuse di chi vuole trasformare quelli cui sta togliendo risorse in colpevoli (il Lupo e l’Agnello), che è bene punire, come è già stato fatto (senza ascoltare nemmeno il Presidente della Repubblica) con l’Università (e – strano che Baricco non se ne sia accorto, che anche in questo campo la nuova filosofia è “largo al privato” – con la scuola in genere): “Per troppi anni la cultura in Italia, succube di questo perverso rapporto con lo Stato, è stata una cultura non libera, troppo ideologizzata, troppo ombelicale”.

C’è, temo, anche un certo astio che Baricco si porta dietro verso il mondo del teatro. Forse non ha ancora digerito il fiasco del suo Davila Roa, nonostante la regia di Luca Ronconi. Gli è giunta voce del famoso brindisi dei critici romani, usciti in massa dall’Argentina dopo il primo tempo, al funerale di Baricco autore teatrale … Sicuramente c’è l’assoluta incomprensione per la musica contemporanea. Scalfari così riassume il pensiero di Baricco: “via soprattutto le esecuzioni di musica contemporanea, incomprensibili perché non c’è nulla da comprendere). Baricco non se ne sarà reso conto, siamo a un passo dall’arte degenerata. Nel pensiero di Baricco non c’è un rapporto felice con il simbolico, in particolare con quella relazione tra polis, teatro, cittadinanza e politica che ha affascinato tante persone, da Pericle ad Aldo Rossi: potevamo accorgercene dalla scomparsa degli dei nella sua rivisitazione dell’Iliade, messa in scena riccamente finanziata, se non ricordo male, da Roma Europa Festival…

Baricco scrive: “il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni”. Un fiume? Non mi pare proprio. Le analisi serie (quelle dell’Associazione per l’Economia della Cultura, ad esempio), dimostrano il contrario. L’Italia spende poco, molto poco per la cultura (meno dello 0.5% del PIL), rispetto alla media dell’U.E. (attestata su cifre superiori all’1%). In particolare al paragone con Francia, Spagna, Germania, Inghilterra, i nostri compagni europei di G8. Noi spendiamo sensibilmente meno degli altri anche per l’Università e la Ricerca Scientifica; per la Scuola; per l’educazione permanente. Torniamo alla spesa per la cultura in senso stretto: quanto al cinema (qui non parlo solo di spesa pubblica), un film italiano ha un budget medio che è la metà o un terzo dei nostri più forti concorrenti europei nel “mercato dell’immaginario”; per le biblioteche e per gli archivi si spendono briciole; lo stesso per i musei e per la tutela, se si pensa alla ricchezza del nostro patrimonio; e questo avviene anche per lo spettacolo dal vivo (pensiamo al sistema di teatri tedesco o al sistema francese, il primo su base regionale, il secondo con il sistema dei teatri nazionali). Sicuramente questo “fiume” si sta esaurendo. Anche a piena portata era però scarso. Eppure, nella competizione sull’immaginario, avevamo una tradizione formidabile: dalla lirica al cinema neorealista (ed anche nella musica contemporanea, con Luigi Nono). Quanto alla lirica, potevamo contendere agli USA i mercati di Cina, India e Giappone… Bisogna aggiungere che la spesa per la cultura è ad alta intensità d’occupazione, che ha un effetto sociale positivo, che innesca le forme più alte, più immateriali di economia. Non c’è dubbio che ci siano sprechi, errori e che si possa spendere meglio. Faccio un esempio: si poteva evitare di acquistare per più di tre milioni di euro un “ Cristo di Michelangelo “ (che per tutti gli esperti non italiani è (molto) più probabilmente di Andrea Sansovino) per mostrarlo alle folle in fila davanti al portone della Camera dei Deputati…

Tra le ragioni che “tempo fa” ci hanno portato a “usare denaro pubblico” per sostenere la vita culturale del Paese, Baricco elenca: “allargare il privilegio della crescita culturale” … “difendere dall’inerzia del mercato” … “la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini”. E poi si domanda se queste ragioni valgono ancora. La prima non sussisterebbe più perché ormai viviamo nell’ “age of mass intelligence”. Davvero Baricco vive una realtà in cui la cultura è diventata “un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta”? La questione sarebbe comunque mal posta, perché la cultura non è un privilegio ma piuttosto un diritto… Proprio Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, tendono a generare comportamenti di massa, abitudini culturali che tendono a marginalizzare fino alla scomparsa minoranze e ricerche. Proprio la parabola della televisione, il trionfo di Sanremo e dei reality show, la forza in Italia della televisione generalista, dovrebbe far riflettere Baricco sulla difesa delle tante differenze che non si rassegnano al pensiero unico. Altro che porte che si spalancano! Senza un filo d’Arianna, un’intenzione, un desiderio, un progetto nel labirinto delle connessioni infinite ci si smarrisce. Il mercato non avrebbe più la caratteristica di omologare i comportamenti e di far scomparire i più deboli economicamente, o quelli che non sono ancora completamente emersi? Mi sembra il contrario. Quanto al terzo argomento: la democrazia non si può pensare senza i cittadini, bisogna rovesciare Baricco; non c’è nessuna necessità, c’è in gioco la libertà d’espressione dei cittadini!

Gli argomenti particolari di Baricco sono sbagliati o deboli. Musica leggera, produzione audiovisiva, libri, non sono oggi in Italia troppo in buona salute. Nella musica leggera si è diffuso, negli ultimi anni, il ritorno al concerto, proprio per una forte flessione delle vendite; la produzione audiovisiva ha assunto, per il cinema, assieme alle tv satellitari, la funzione che un tempo aveva la seconda visione. Ma, in Italia, non c’è stata una diversificazione del consumo, una crescita di curiosità e di informazione. Siamo appiattiti tra cine panettoni e cinema americano. Penso alla diversa politica che c’è in Francia, al ruolo (ad esempio) della programmazione delle sale cinematografiche del quartiere latino, che lanciano copie restaurate dei classici del cinema, o consentono, attraverso rassegne, uno sguardo approfondito, per una settimana, quindici giorni, un mese sulle nuove cinematografie, dall’ Iran al Brasile… Quanto ai libri, anche in questo caso mi pare che – nella promozione – contino (e non poco) iniziative come le Fiere del Libro o i Festival della Letteratura (a Ferrara e a Roma), supplendo all’avarizia televisiva… Guardare e toccare i libri, familiarizzare con loro: è un insostituibile incentivo all’acquisto. Baricco sostiene che “chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione”. Io aggiungerei almeno la città, e non trascurerei il fascino – tutto urbano – della sorpresa e dell’immaginazione (che non assocerei facilmente a scuola e televisione).

Vorrei infine correggere su tre punti l’assessore Croppi. Le cantine teatrali non sono state cancellate dall’assistenzialismo pubblico. E’ vero piuttosto il contrario. Non sono state difese abbastanza (il Beat ’72, il Politecnico, il Teatro in Trastevere, l’Alberico…). In particolare, non sono state difese dai parametri tutti economici (giornate lavorative, etc.) adottati dal Ministero dello Spettacolo, a partire da Franco Carraro, per valutarle. Quanto ai “teatri di cintura”, c’è molto da discutere sul modo con cui sono stati concepiti e programmati, sul ricorso al nome – réclame per presentarli al pubblico: ma dovrebbe essere chiaro che Torbellamonaca e Quarticciolo non hanno nessuna possibilità di sopravvivenza passandoli ad una gestione privata. Infine, il problema del Teatro dell’Opera è sicuramente la sovrabbondanza degli organici. Se è fallito il disegno (che risale a Veltroni ministro) delle Fondazioni – che vedono sempre il pubblico sostenere circa il 90% delle spese); non si vede come si potrebbe addirittura affidarne la programmazione ad impresari privati. E la qualità artistica e culturale? E dei dipendenti cosa si fa? Parole in libertà…

Renato Nicolini

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