ABS12 // Lo spazio
Abstract 12 // Corso Teoria dell’Architettura 2010
Lo spazio è questione centrale in architettura. Bruno Zevi riduce (Saper vedere l’architettura) lo spazio in architettura allo “spazio interno”. Sulla teoria di Zevi pesano due ipoteche: la sua personale elaborazione sull’architettura organica (che richiede ovviamente organicità, riduzione delle contraddizioni ad unità) e la teoria estetica di Benedetto Croce, che, coerentemente alle sue premesse idealistiche, prevede anch’essa la riduzione ad unità. Robert Venturi (Contraddizioni e complessità nell’architettura) legge invece – aprendo il campo ad postmoderno – l’architettura come contraddizione. Non solo lo spazio interno può essere in sé contraddittorio, ma le funzioni spaziali dell’edificio non si esauriscono nello spazio interno. Ed anche in questo caso, vi può essere contraddizione, anche violenta, tra la definizione spaziale annunciata dalla facciata e la spazialità interna. La facciata ha una sua precisa funzione in relazione allo spazio urbano, è per questo che era segnata dalla decorazione, dall’ordine, etc. Oggi non solo la facciata dell’edificio, ma il suo intero volume (Guggenheim Bilbao) contribuiscono a definire un paesaggio urbano, con cui l’edificio entra in relazione).
Come leggere lo spazio? Le Corbusier, nella sua ultima fase, propone il modulor, sistema di relazioni proporzionali riferito all’uomo, 1.84 di altezza, 2.28 se alza il braccio (misura del soffitto). Questo sistema di relazioni proporzionali si può esprimere nello stesso modo delle relazioni armoniche musicali. Cosa nota anche a Walt Disney (Paperino e la matemagica). Sul n. 7 di “Spazio” (il saggio è ripubblicato nella monografia di Marco Mulazzani su Vaccaro, edizioni Electa), la rivista di Luigi Moretti, Giuseppe Vaccaro risponde a Le Corbusier, partendo dall’affermazione che le note musicali seguono sempre la stessa successione, il percorso dell’uomo dentro un’architettura, invece, non segue una strada obbligata.
Lo spazio può essere letto, sulla scorta di Erwin Panofsy e di Ernst Cassirer, come una forma simbolica. Forma simbolica è, per Rudolf Wittkover, la chiesa a pianta centrale dell’umanesimo. Un modo per porre in evidenza lo spazio come forma simbolica è quello proposto da Moretti nel n.5 di “Spazio” – poi volgarizzato e reso popolare dai “plastici critici” di Zevi – Portoghesi per la mostra di Michelangelo Architetto del ’64 al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Forma simbolica è anche il modo di vedere lo spazio. L’esempio fondamentale è La prospettiva come forma simbolica di Panofsky (cfr. in particolare il capitolo in cui distingue dalla prospettiva rinascimentale la prospettiva assiale degli antichi romani). La prospettiva centrale, quasi intuitivamente, è legata al progetto inteso come proiezione da un unico centro. Nella prospettiva assiale – le rette di fuga non si incontrano in un punto, ma su un asse (vedi gli affreschi pompeiani, o al Museo Nazionale romano – possiamo scorgere la “fortuna”, la divinità in equilibrio su una palla, rievocata in tempi umanistici nel pavimento intarsiato (Pinturicchio) del Duomo di Siena.
Ernesto Nathan Rogers (nato nel 1909, dunque ne ricorre il centenario): sostiene la tesi che l’architettura è legata all’esperienza. Esperienza dell’architettura, è il titolo di un bel libretto appena stampato da Antonio Monestiroli. Gli esordi del Gruppo BBPR sono segnati dall’astrazione (la teoria della “città corporativa”; il PRG della Val d’Aosta; etc…). Pesano molto, su Rogers, le leggi razziali (pubblica su “Domus” degli articoli forzatamente anonimi in cui esprime tutta la sua amarezza). Nel dopoguerra, è direttore della nuova serie di “Casabella”, che si collega programmaticamente alla Casabella anteguerra di Persico e Pagano per via della parola “Continuità”, che Rogers vuole nella testata. La redazione di quella “Casabella” è composta tra Vittorio Gregotti, Aldo Rossi, Francesco Tentori. Già questo spiega la sua importanza per gli sviluppi successivi dell’architettura italiana. Esiste su Rogers una bellissima monografia di Ezio Bonfanti (grande critico scomparso prematuramente all’inizio degli Anni ’70, primo caporedattore di “Controspazio” di Paolo Portoghesi), assieme a Marco Porta.
Alla teoria dell’esperienza dell’architettura si contrappone, in qualche modo, la tradizione “romana” dell’importanza del disegno (“all’architetto basta il disegno”, frase sembra addirittura di Antonio Gramsci), Al primato del disegno si rifà la generazione che si forma a Roma all’inizio degli anni Sessanta (GRAU, Purini, D’Ardia, Passi, Franz Prati, Cellini), rispetto alla centralità rogersiana dell’esperienza. Vedi, infine, l’ultimo volumetto di Franco Purini, La misura italiana in architettura.